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Arrestato e rinchiuso in un carcere minorile per l’omicidio del fratello ritardato della ragazza con cui si era appena lasciato, il 15enne Leland Fitzgerald suscita la curiosità di un insegnante aspirante scrittore.
Nonostante la lista del cast sopra la media (quattro tra ex e futuri candidati all’Oscar: niente male per un film indipendente) e il nome di Kevin Spacey alla voce produzione, il secondo film di Matthew Ryan Hoge non è molto di più del solito prodotto da Sundance Film Festival: anticonformista, coraggioso e invariabilmente provocatorio, vacilla non poco nel sostenere la posizione del giovane Fitzgerald a cui presta il volto il 23enne Ryan Gosling. Non è tanto colpa sua quanto della sceneggiatura se il personaggio principale risulta assai poco sopportabile, particolarmente irritante nella sua saccenteria, e dunque senza possibilità di suscitare quantomeno stima nel pubblico a cui vorrebbe essere diretta l’oratoria di Hoge. Il soggetto arduo da digerire (la discutibile difesa di un omicida) viene portato avanti con un frasario da telefilm pomeridiano curiosamente molto poco politically uncorrect, che aggiunge tedio a un film solo in parte riscattato dal talento attoriale. Eppure, considerandolo in linea (molto) generale, nelle riflessioni sulla condizione umana e nel silente scardinamento dell’inguaribile ottimismo americano (da cui il titolo originale), c’è persino del buono.

Voto: 5,5

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