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Vita e passioni extra-lavorative di Patrick Bateman, “un uomo piuttosto malato”.
Dal romanzo di Bret Easton Ellis, autore tradizionalmente molto difficile da portare al cinema mantenendone intatta la convulsa prosa. Scritto nel 1991, il libro guardava in tralice il decennio appena concluso dando un’interpretazione grottesca e provocatoria dell’esibita assurdità dello yuppismo; nove anni dopo, Mary Harron riprende la metafora per imbastire un thriller di oggetti dove i veri protagonisti sono i telefoni, gli impianti hi-fi, le prenotazioni al ristorante. Dove non si arriva con la forza delle immagini e dell’adattamento, si cerca di sopperire schiacciando a fondo sul pedale dell’acceleratore, causando un Christian Bale qua e là fastidiosamente istrionico che tuttavia svetta su uno stuolo di comprimari generalmente mal impiegati. Tocchi di classe: il complesso dei biglietti da visita e l’allucinante scena di sesso con in sottofondo “Sussudio” di Phil Collins. Riesce comunque a fare impressione la descrizione degradata e depravata – degna di un horror alla Brian Yuzna – dell’high society newyorkese, anzi peggio: fa paura, contribuendo a creare quell’atmosfera straniante tipicamente ellisiana che rivedremo nel 2004 nel precedente (su carta) “Le regole dell’attrazione”. Scenografie magnifiche.

Voto: 6+

Trivia
(Le scelte iniziali del casting erano cadute su Leonardo Di Caprio per il ruolo di protagonista, James Woods per quello del detective Kimball e Cameron Diaz per il ruolo di Evelyn. Il regista sarebbe dovuto essere Oliver Stone)
(Edward Norton rifiutò la parte di Patrick Bateman)
(Anacronismo: il film porno che Patrick Bateman guarda in una delle prime scene è “White Angel”, ed è del 1998)
(Nell’ultima scena è visibile un’insegna con su scritto “This is not an exit”, che è l’ultima frase del romanzo)

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