train-de-vie.jpg
1941: per evitare la deportazione, un villaggio rumeno interamente popolato da ebrei organizza una fuga in Palestina a bordo di un finto treno nazista.
Per quasi tutta la sua durata, “Train de vie” rimane sospeso tra la simpatica avventura picaresco-zingaro-gitana (con le semplificazioni culturali del caso che fanno tanto seconda serata di Raitre, tipo le musiche di Goran Bregovic) e il pamphlet un po’ stantio che bacchetta col solito caustico umorismo tanto il nazismo quanto il comunismo quanto l’ebraismo stesso. Sappiamo da sempre che gli ebrei sono ben disposti a scherzare su se stessi e sull’immane tragedia che gli è piombata addosso oltre sessant’anni fa, e perciò il film rimane a lungo prigioniero dei propri stereotipi trovando raramente uno spessore superiore a quello di una raccolta di intelligenti barzellette in yiddish (Moni Ovadia l’ha tradotto in italiano). Rimane in superficie anche l’argomento, interessante quanto inquietante, dell’anima corruttiva del potere che può rendere simili persino ebrei e nazisti. Ciò che lo eleva ben al di sopra della sufficienza è invece lo straordinario finale, che per ovvi motivi non sarà rivelato ma vale la pena di ricordare come un epilogo fortissimo ed emozionante, che rivaluta l’intera pellicola come favola ostinatamente piena di surrealtà e joie de vivre nonostante il Male, nonostante tutto.

Voto: 7

Annunci