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All’inizio del ventesimo secolo Daniel Plainview, ambizioso cercatore di petrolio, ne trova un oceano sotto una fattoria in California.
Scrivendo de “Il petroliere” appena un’ora dopo averne ammirato la straniante sequenza finale, si rimane ancora combattuti: un pezzo di bravura vacuo, pretenzioso e fine a se stesso, appartenente alla proverbiale categoria delle “merde d’artista”, o qualcosa di molto vicino a un capolavoro? Partiamo dalle certezze, allora: il quinto opus di Paul Thomas Anderson è diretto in modo strepitoso, sfruttando al meglio i potenti mezzi di produzione con una regia visionaria, concreta e allo stesso tempo, con echi lontani sempre presenti dei tanti Maestri da cui ha attinto questo prodigioso 37enne californiano dalla conoscenza enciclopedica della settima arte. Ma, il film? Tratto dal romanzo “Oil!” di Upton Sinclair, è una storia di sangue, denaro e religione in cui i fatalistici intrecci altmaniani del regista lasciano il posto al piano racconto di una parabola umana più in direzione Scorsese, e non solo per la figura baffuta di Daniel Day-Lewis (superlativo) che ricorda quella di Bill the Butcher in “Gangs of New York”; Anderson si diverte a giocare con lo spettatore e prenderlo anche per il naso cambiando in continuazione il suo punto di vista sui protagonisti, da self-made-men a cinici mostri, da sempliciotti di campagna a falsi preti; tutto è il suo contrario. Se non avessimo dei dubbi sulle sue letture, diremmo che è una rivisitazione verghiana in salsa West Coast. Può indurre al borbottio. Curioso caso di kolossal del tutto alieno alle logiche delle majors, ma lontano anche dall’anticonformismo del cinema indipendente; col suo gigantismo e le sue dilatazioni Anderson va per i fatti suoi, chi lo ama lo segua.

Voto: 7,5

Trivia
(Il piccolo Dillon Freasier non è un attore di professione, ma un semplice studente texano che aveva notato durante le riprese. Sua madre non era convinta dell’opportunità che suo figlio girasse un film insieme a Daniel Day-Lewis, avendo presente il suo personaggio truce in “Gangs of New York”; la produzione le fece cambiare idea mostrandole anche il lato gentile ed elegante di Day-Lewis ne “L’età dell’innocenza”)
(Primo dialogo del film dopo ben 11 minuti e 33 secondi)