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A Los Angeles il goffo Barry, piccolo imprenditore nevrastenico oppresso dalle sue sette sorelle, conosce improvvisamente l’amore.
Se l’ottimo Paul Thomas Anderson è davvero – come si sostiene da più parti – il vero erede di Robert Altman, questa commedia piccola, strampalata e folle al limite dello sperimentale è parente stretta dei film più squinternati ed estremi del suo mentore, da “Quintet” a “Terapia di gruppo”. Nell’estetica e nei contenuti è il diametrale opposto dei suoi due film precedenti, i corali “Boogie Nights” e “Magnolia”: tanto curati e “scritti” questi quanto è (fintamente) trasandato “Ubriaco d’amore” (brutta traduzione italiana di un gran titolo originale, “Punch-Drunk Love”), in cui si gioca con i gusti e le aspettative degli spettatori mettendo apparentemente in scena l’Anticinema per antonomasia. Una storia assurda e sconnessa (un harmonium che compare improvvisamente in mezzo a una strada!), personaggi principali insopportabili o inesistenti, dialoghi quasi sovrastati da un’invadente colonna sonora, lunghi carrelli, pause improvvise e ingiustificate. Tutti gli elementi di disturbo sono scrupolosamente calcolati per mettere insieme un quadro di stralunata autenticità che raffigura una delle storie d’amore più originali degli ultimi tempi, in cui il grande talento del regista deflagra senza preavviso con frammenti improvvisi di cinema assoluto (i due incidenti d’auto, la telefonata erotica). C’è del genio in P.T. Anderson.

Voto: 7,5

Trivia
(Nel girare il lungo piano-sequenza che segue Barry al telefono, l’operatore inciampò nella gamba di un tavolo e per un attimo perse di vista il protagonista, inquadrando una parte del set oltretutto fuori fuoco, prima di ritrovare in fretta l’inquadratura. Ad Anderson l’effetto piacque così tanto che chiese all’operatore di ricrearlo nelle versioni successive della scena)
(Film senza titoli di testa)

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