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Vita e leggende su Emmet Ray, il secondo più grande chitarrista jazz al mondo negli anni ’30. Ma c’è chi dice che non sia mai esistito.
La storia di Emmet Ray, oltre ad essere il secondo film-omaggio di Woody Allen all’epoca della sua infanzia dopo “Radio Days”, entra di diritto nella deliziosa galleria dei magnifici falliti che il regista newyorkese dipinge da sempre con eleganza e sincero affetto. C’è molto del famoso Broadway Danny Rose nella sincopata autodistruzione a cui il protagonista è votato fin dalla prima scena, fin dalle prime testimonianze che ne ricordano il complesso d’inferiorità nei confronti dello “zingaro” Django Reinhardt; ma giammai c’è giudizio o condanna nella sceneggiatura di Allen, che invece nei suoi aneddoti, disincantati e ironici anche quando si parla di corna e di bicchieri, tracima lo stesso di gratitudine verso uno dei simboli della sua grande passione. Ha il ritmo sicuro di un fiume che invece di scrosciare suona lo swing. Eccellente Sean Penn al suo primo ruolo comico da protagonista; la rivelazione è Samantha Morton, che si guadagnò una nomination all’Oscar senza aprire bocca.

Voto: 7+

Trivia
(Nel racconto della relazione tra Emmet e Hattie, Woody Allen si è palesemente ispirato a “La strada” di Fellini: Emmet è Zampanò e la muta Hattie è Gelsomina)
(La chitarra suonata da Sean Penn in tutto il film è una Selmer Maccaferri del 1932, la stessa suonata dal grande Django Reinhardt)

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