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In venti episodi, brevi o brevissimi, la fotografia di un Paese.
Pochi film ci sono entrati nel DNA e giù giù fino all’anima, con le buone o con le cattive maniere, come gli eccelsi “Mostri” di Dino Risi che nel 1963 tirarono giù il velo e mostrarono al pubblico italiano, che si recava al cinema giulivo e spensierato negli ultimi anni del boom (già riecheggiava il nefasto termine “congiuntura”), cosa esso era realmente. Se molti degli sketches oggi possono risultare prevedibili (è il caso di “Come un padre”) o faciloni e macchiettistici, è anche e soprattutto perché sono un’eterna ripetizione di ciò che fu detto, per la prima volta e mai più tanto cristallinamente, quarantacinque anni prima. Tognazzi e Gassman, all’apice del loro fregolismo fisico e vocale, sono i marmi in cui Risi (e il nutrito gruppo di sceneggiatori, tra cui Ettore Scola e Age & Scarpelli) affonda lo scalpello per scolpire un popolo italiano schiavo dei bassi istinti, usurpatore, ipocritamente democristiano, qualunquista, opportunista, vigliacco, lumacone, patetico e nel migliore (?) dei casi precocemente rincoglionito dalla tivvù; niente che non si smentisca in pubblico e di cui non ci si vergogni in privato. Dovendone scegliere tre su venti, si opterà per le ciniche frustate di “Presa per la vita” e “Scenda l’oblio” e per “Testimone volontario”, in cui l’intesa Gassman-Tognazzi raggiunge lo zenit. Nel primo episodio, il pargolo catechizzato da Tognazzi è il suo vero figlio Ricky.

Voto: 8=

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