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Il noto critico d’arte Pietro Lulli viene mollato dalla sua musa Gloria, che gli preferisce Adrian, un artista più giovane e bello. Lulli cova in silenzio la sua vendetta.
Aperto da un’ellissi addirittura strabiliante se rapportata alla prudenza narrativa del cinema italiano medio, “Colpo d’occhio” – nono film di Sergio Rubini – è forse il suo migliore: nonostante una sceneggiatura a volte sfilacciata, specialmente nei dialoghi, ha una verve registica quasi introvabile nel panorama corrente, con coraggiosi echi di Maestri che non è vietato sognare di omaggiare (in particolare il Fellini di “Prova d’orchestra” e gli spazi sconfinati di Antonioni nel finale a Villa Adriana; e in più, se ci passate il termine, una tensione attoriale quasi polanskiana). Anche il modo di affrontare il tema dell’arte, volutamente colto e subito illustrato dall’intelligente cappello introduttivo sui titoli di testa, va nella direzione di un pubblico a cui è riservato un trattamento adulto e consapevole, senza gli inutili didascalismi di molti film che affogano nella prolissità delle loro spiegazioni. Riservata una citazione al curioso esordio cinematografico di Paola Barale, nel trio di protagonisti vince la Donna: Vittoria Puccini tiene testa a un Rubini più concentrato alle cose da fare dietro la macchina, mentre il vituperato Scamarcio si rivela – per la prima volta nella sua carriera – passabile. Pur con i suoi difetti, le sue cadute, le sue irregolarità, finalmente un film “vero” (nel senso inteso dalla celebre sentenza aristotelica), vibrante, passionale.

Voto: 7