A Ginevra Valentine, fotomodella e indossatrice, ha una relazione a distanza con Michel, che vive a Londra. Un giudice in pensione spia le telefonate dei suoi vicini. Un neo-laureato in legge brucia d’amore per una sua compagna di corso.
Terzo e conclusivo capitolo dei “Tre Colori” di Kieslowski; il migliore. Storie d’amore a distanza, affidate al telefono (la cui fenomenologia è illustrata meglio di qualsiasi saggio nella scena iniziale) e alle fugaci prospettive di viaggi futuri. Kieslowski (al suo ultimo film) ha un unico e particolarissimo modo d’emozionare: fa grande affidamento nell’intelligenza dello spettatore per far sì che arrivi da solo, senza suggerimenti o ammiccamenti, a capire l’infinita grandezza della sua materia poetica. Immerso in una sospesa atmosfera di neutralità spaziale (la Svizzera, non a caso) e temporale, ha una struttura simile all’anello di Moebius che fa saltare in aria la cronologia e la causalità per fornire una visione del tempo parallela ed estranea alle leggi della logica. Il rosso è il colore della fratellanza ma anche e soprattutto della passione, specie se provata con dolore (rosso sangue, metaforico e non); dietro l’apparenza glaciale dei personaggi si nascondono sentimenti furibondi di cui nel film v’è traccia nella meteorologia. Sontuoso figurativamente (fotografia di Piotr Sobocinski che tratta la luce in ogni suo aspetto); straordinari i due protagonisti Irene Jacob e Jean-Louis Trintignant, nomination all’Oscar per il regista: che al dunque gli sia stato preferito lo Zemeckis di “Forrest Gump”, è una di quelle incomprensibili bizzarrie della vita da accogliere col sorriso sulle labbra. Se ne consiglia anche una seconda e una terza visione, possibilmente di fila.

Voto: 8 

Trivia
(Il motivo della sua assenza agli Oscar 1994 nella categoria del miglior film straniero è la squalifica inflittagli dall’Academy, che non accettò che “Film Rosso”, scritto e diretto da un polacco e recitato da attori francesi, concorresse per la Svizzera)