Marta Cortese, laureata in Filosofia con 110 e lode, si appresta ad entrare trionfalmente nel mondo del lavoro.
“Il precariato? E’ più grave il problema degli anziani” (Silvio Berlusconi, 11 aprile 2008). Anche i lattanti sanno che Paolo Virzì è schierato a sinistra; a differenza di molti altri registi suoi commilitoni, però, le sue invettive non sono mai trattenute e offuscate dalla ragione di partito, ma considerano criticamente tutte e due le campane e solitamente non risparmiano nessuno; a maggior ragione, alla piaga del precariato è riservata un’analisi spietata e amarissima che solo nel finale sdrucciola in un’evitabile coda pulp. Se c’è un difetto, è il solito virziano eccesso di generosità: la carne al fuoco è abbondante ma la grigliata di argomenti stavolta riesce meglio che altrove, essendo concentrata su un unico microcosmo, il call-center, dove gli stereotipi sono sconfortantemente verosimili. Momenti graffianti: la seduta di laurea, la cena post-universitaria, quasi tutto ciò che riguardi Elio Germano (grandissimo anche in un ruolo minore). Alla ricerca della commedia all’italiana perduta (citazione non casuale di “C’eravamo tanto amati”), quella che faceva sorridere – proprio come questa – mostrando anche i momenti più tristi della vita dei suoi protagonisti (la morte naturale e quella “sociale” della disoccupazione, forse anche più dolorosa perché ce se ne accorge), Virzì tocca forse l’apice della sua carriera con una versione riveduta e corretta dei molti film corali della sua cinematografia; il cast è perfetto e anche Massimo Ghini e la Ferilli dicono che forse è ancora possibile recuperarli dalle suburre della fiction. Varie citazioni nell’onirismo del prologo e dell’epilogo, da Crialese al Moretti de “La messa è finita”.

Voto: 7,5 

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