Sull’auto di un detective privato sale per caso una donna in fuga da un manicomio, vestita solo di un’impermeabile. Poche ore dopo, la donna è morta e l’uomo è vivo per miracolo dopo essere stato scaraventato giù per una scarpata.
Dal romanzo di Mickey Spillane. Insolito noir che cade a metà degli anni ’50 e che col tempo è diventato un classico; un Aldrich barocco da piede fisso sull’acceleratore, secondo la consolidata architettura da b-movie nero (si veda anche “Detour” di Edgar G. Ulmer, di cui si è parlato qualche mese fa), evidente nella durata delle riprese (meno di tre settimane), nell’approssimativa recitazione, nella labilità delle connessioni logiche e finanche nella divertente esasperazione dell’espediente del McGuffin hitchcockiano: l’oggetto attorno a cui ruota l’intera vicenda (la valigetta “letale” che verrà ripresa da Tarantino in “Pulp Fiction”) non solo è meramente pretestuoso, ma non si sa neanche cosa contenga. Offre comunque svariati motivi per esserne affascinati: le ambientazioni hammettiane affrontate con piglio alla Welles, i piccoli granelli di sabbia metodicamente infiltrati negli ingranaggi di un genere ai quali canoni ancora non si mette in dubbio la fedeltà, prima della brusca e inattesa deviazione conclusiva che porta al finale esplosivo. Cast dimenticabile di attori sconosciuti che rimarranno tali, ad eccezione dell’esordiente Cloris Leachman (Cristina) che dà il via a tutta la storia.

Voto: 7


Annunci