Una famiglia borghese arriva in auto nella sua casa di campagna in mezzo al bosco, e la trova occupata da una famiglia di profughi che li minacciano con il fucile, li derubano e uccidono il capofamiglia, obbligando i superstiti al vagabondaggio.
Girato dall’austro-franco-tedesco Michael Haneke nel 2003, a metà tra l’inquietante “La pianista” e l’ottimo “Caché”, “Il tempo dei lupi” è un film orribile: non solo per la vacuissima pomposità del modo in cui viene trattato un argomento degnissimo e meritevole di attenzione come l’improvvisa regressione della civiltà ad uno stato selvatico, ma anche per l’impressione, prima di sottofondo e via via sempre più manifesta, di coltivare un cinema autoreferenziale e d’inesistente comunicatività. In potenza sarebbe potuto essere un grande film d’interesse generale sui rischi di guerra civile provocati dalla sperequazione tra ricchi e poveri, votata ad un drammatico livellamento verso il basso dell’umanità intera; in atto è un requiem di insopportabile marzialità che pretende d’interessare senza interessarsi a chi lo guarda; i classici momenti folgoranti alla Haneke (l’inizio in particolare) scompaiono ben presto, inghiottiti dall’anestesia totale di un’opera completamente inerte, delirio autoerotistico (fin qui l’unico della sua carriera) di un autore che, sull’altare del proprio rigore, è disposto a sacrificare anche dei poveri cavalli (veri).

Voto: 4