A Milano si incrociano le solitudini di Ernesto, triste proprietario di lavanderia, Caterina, suora a un anno dalla consacrazione che “trova” per caso un neonato di pochi giorni, e Teresa, sperduta ragazza madre.
Quinto film dell’ascolano Giuseppe Piccioni, regista destinato a non passare alla storia per alcun motivo. Benchè ci sia dell’originalità nell’ambientazione in una Milano anonima e antiestetica e nel racconto dell’ambigua relazione tra la suora (Margherita Buy in un ruolo alla Margherita Buy) e il piccolo e grigio imprenditore (Silvio Orlando in un ruolo alla Silvio Orlando-quando-fa-film-drammatici), la rappresentazione e la messa in scena hanno la verve di un impiegato postale sveglio appena da cinque minuti. Alle volte, applicare la sordina ad un intero film può essere indice di eleganza, compassione, pudore; qui, a parte qualche sbalzo d’umore causato dalle due sporadiche apparizioni di una Marina Massironi usata poco e male, sembra più che altro esserci quel finto e sofferto sopimento delle emozioni tipico dell’italdramma contemporaneo che sconfina nella fiction. Comunque apprezzabile la descrizione laica e neutrale dell’ambiente monastico: brilla la scena della cerimonia dei voti. Vinse inopinatamente il David di Donatello come miglior film in un anno di generale povertà del cinema italiano.

Voto: 6+

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