Oregon, vigilia di Natale 1885. Una spedizione capeggiata da un archeologo in cerca di fossili rimane bloccata nella neve.
Premessa: non siamo qui per sbertucciare ingenerosamente il cinema italiano indipendente; pure, non siamo qui neanche per glorificarlo acriticamente come dei Marco Giusti qualsiasi. Imbattendosi quasi per caso in questo “Inferno bianco”, proiettato gratis al Circolo degli Artisti (i romani annuiranno) all’interno di una rassegna di film nostrani low budget, non si può pretendere un giudizio compiuto che esuli dalle grandissime difficoltà incontrate dai realizzatori (solo 6 mila euro per girarlo, set impervio sul Gran Sasso e altre peripezie, come le camere che si spengono nel bel mezzo delle riprese per il troppo freddo). Dietro la recitazione accidentata, la sceneggiatura assurda, i dialoghi volutamente ridicoli (momento scult: la presunta canadese che urla “Je suis sola!”), c’è un amore genuino e fortissimo per il cinema, traboccante nella macedonia di citazioni che ricopre l’intero, bizzarrissimo, western-horror (persino “Shining”!), in un’atmosfera sospesa tra John Ford e Maccio Capatonda, tra Jarmusch e Corbucci. Fotografia ben curata, riferimenti storici precisi e documentati (Jacurti è luminare del western), improvvisazione a tutto spiano, atmosfera di divertito cazzeggio. Esiste già un “Inferno bianco” (“The Wild North”), film del 1952 di Andrew Marton, con Stewart Granger.

Voto: s.v.