In un paesino in provincia di Udine, viene trovato sulla riva del lago il cadavere di una ragazza morta per affogamento. Le indagini sono affidate ad un burbero commissario di polizia.
Esordio alla regia del romano Andrea Molaioli, già aiuto regista di Nanni Moretti. Tale e tanta è la penuria del cinema italiano contemporaneo che i giurati del David non hanno trovato di meglio che fiondarsi a pesce su un’opera prima e ricoprirla d’oro (dieci premi – tra cui quello, assai bizzarro, per i migliori effetti speciali) per il solo pregio dell’originalità. Il thriller esistenziale è genere già fiorente nel resto d’Europa (Francia in primis) e non alieno perfino all’America, dove le atmosfere alla Durrenmatt hanno ispirato ad esempio “La promessa” di Sean Penn (2001), a cui questo film è affine per ambientazione, disegno dei personaggi, levità della messa in scena (ottimi dialoghi) al confronto con la gravità della drammaturgia e anche nel gusto di affidare ad attori famosi ruoli apparentemente “minori”. Come si vede, niente d’inedito o mai visto: come un liceale modello Molaioli studia ma sa anche copiare, ispirandosi ad esempio per il personaggio di Servillo a decine di illustri esempi noir del passato e finanche a Servillo stesso e al suo Titta Di Girolamo de “Le conseguenze dell’amore”, da cui ha preso la dolorosa imperturbabilità. Il déjà-vu aleggia su tutto il film, elegante, senza errori ma registicamente insipido perché troppo preoccupato di ben figurare per badare in concreto a comunicare qualcosa. Sbaglieremo, eh, ma l’impressione è che Molaioli abbia ancora molto da migliorare per evitare di essere dimenticato nel giro di due film.

Voto: 7-

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