Caliginoso ménage à trois tra un imbalsamatore nano, un aitante cameriere e una ragazza di Cremona incontrata dai due durante un viaggio “d’affari”.
Quarta regia (ma è come se fosse un esordio) del romano Matteo Garrone, brillante esponente “esterno” (al contrario del suo sodale Sorrentino) della nouvelle vague partenopea che in questi giorni sta svolgendo attività d’export in Costa Azzurra; soprattutto, uno dei più luminosi colpacci della Fandango di Domenico Procacci, che ne garantì anche la distribuzione all’estero dopo la partecipazione a Cannes 2002 nella “Quinzaine des Realisateurs”. Lo stile di Garrone è finalmente dissimile dalla massa e segue schemi impervi e frastagliati tanto nella messa in scena quanto nella sceneggiatura, coraggiosa a rischio dell’irrisoluzione. Non tutto è perfetto: come se fosse – appunto – un’opera prima, non mancano quei dieci minuti superflui che nulla aggiungono, ma sono peccatucci di gioventù al cospetto di un film veramente nero, nel senso più letterale e cromatico dell’aggettivo. La stereotipata simpatia del napoletano è pretesto per aggiungere malsanità al tassidermista (eccellente Ernesto Mahieux), figura professionale già di per sé inquietante non soltanto agli occhi dei cinefili (c’è anche un’altra citazione di “Psyco”: l’auto che affonda lentamente nel lago); ma anche i momenti di passaggio e persino le rare scene comiche (Mahieux che si contorce sul divano) non danno sollievo dalla sensazione di cappaccia opprimente che è ingigantita dalla fotografia ultrasporca e da estemporanei schizzi di surrealtà (la soggettiva del marabù, geniale). Non il film che ti aspetteresti dagli italiani. Per fortuna.

Voto: 7+

 

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