Vittorio, orefice nelle campagne di Vicenza, ossessionato dalla magrezza crede di trovare la donna ideale in Sonia, consenziente nel sottoporsi ad una rigorosissima dieta. Dopo qualche diffidenza iniziale, i due vanno a vivere insieme.
Dal romanzo “Il cacciatore di anoressiche” di Marco Mariolini. L’atteso bis di Matteo Garrone due anni dopo il sorprendente “L’imbalsamatore” soffre del fastidio cronico di tutti i film condannati ad essere successivi ad un exploit: quello cioè di voler troppo assomigliare all’originale, puntando contemporaneamente sulla ricerca della forma e della tecnica per ritenersi superiori. Mancano, in “Primo amore”, l’immediatezza e l’angoscia spontanea che suscitava il suo predecessore; abbondano invece i déjà-vu, dal finale (sbrigativo, troppo) alla chiave portante della diversità/anormalità praticata o anelata da tutti i personaggi garroniani. Come in tutte le storie di cattività effettiva o presunta, che andrebbero limitate all’essenziale concentrandosi esclusivamente sui due protagonisti, sono inutili o superflue le escursioni fuori dalla porta di casa. Le impercettibili musiche della Banda Osiris (coraggiosamente premiate a Berlino e di conseguenza col David di Donatello) sono invece un ben accetto elemento di continuità che scandisce i momenti più alti del film: il prologo e il precipitare finale degli eventi, con l’ottima idea del dialogo fuori fuoco, che ribadisce la rinfrancante inventiva del regista. A domani per “Gomorra”.

Voto: 6