Cinque storie tratte da “Gomorra” di Roberto Saviano: 1) l’adolescente Totò si lascia coinvolgere in una faida di quartiere; 2) Don Ciro, rispettabile porta-soldi della camorra, è costretto a depennare dalla lista dei “clienti” Maria, il cui figlio si è arruolato tra gli scissionisti; 3) Franco si occupa dello smistamento dei rifiuti tossici e prende con sé il giovane Roberto, figlio di un suo caro amico; 4) il sarto Pasquale cerca di svincolarsi dalla camorra e accetta un’offerta cinese di tenere dieci lezioni a duemila euro l’una; 5) Marco e Ciro, cresciuti nel mito di Scarface, cercano l’autoaffermazione in spregio alle regole dei clan della zona.
Il più grande successo editoriale degli ultimi anni – ancora più inatteso perché avvenuto in Italia, dove solitamente non si va più al di là dell’oroscopo – è ora, soprattutto, un film clamoroso e potentissimo, necessario ancor più che bello, la cui importanza è anche superiore alla qualità. Costretti ad un confronto con i film politici della grande stagione anni ’60 dell’impegno, della denuncia e dell’indignazione civile, la principale differenza di “Gomorra” è l’assoluta mancanza di speranza, redenzione e via di scampo; tutto il film è un’intera strada senza uscita nei surreali cunicoli di Scampia, nei suoi sgabuzzini fetidi, nelle sue suburre da film iraniano. L’ineluttabilità dei destini raccontati è totale, chi prova a ribellarsi (in qualunque modo) muore ammazzato o si allontana da solo fino a uscire dal fuoco, finendo forse a “fare le pizze”. C’è in un certo senso qualcosa di inspiegabilmente mediorientale in questo Sud profondissimo e maledetto, ben espresso dalle scenografie e dai dialoghi (tra cui quello, fondamentale, tra il portasoldi e il capetto del clan avverso, che in altri termini sembra un riassuntino del conflitto arabo-israeliano); l’angoscia cresce con la consapevolezza che tutto ciò è mediamente a due ore di treno da ognuno di noi. Attori quasi tutti non professionisti, ad eccezione di Toni Servillo (che, ben assistito dalla sceneggiatura, resiste alla tentazione di cannibalizzare il film) e di Gianfelice Imparato (il “sottomarino”); particolarmente lodevoli i due ragazzini dell’ultimo episodio. Tecnicamente Garrone migliora a vista d’occhio, le inquadrature si fanno sempre più spesse e impressionistiche e l’uso della camera a mano giunge a vette difficilmente eguagliabili, come quando si addentra negli antri bui che circondano le Vele con rese espressive degne dei neri di Goya; magniloquente anche e soprattutto a livello sonoro. Senza sacrificare la propria autorialità: l’inizio è garroniano a ventiquattro carati. Fotografia impietosa e scoraggiata di un mondo a parte, e di riflesso di un Paese che ha assistito, colpevolmente imbelle, allo Scempio. Garrone ci urla che è troppo tardi.

Voto: 8

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