Due episodi. Nel primo, “Tu ridi”, un ex baritono viene sorpreso nel sonno a ridere a crepapelle senza che riesca a spiegarsene il motivo. Il secondo, “Due sequestri”, è un parallelo tra due rapimenti avvenuti nello stesso luogo a cent’anni di distanza.
Il ritorno dei fratelli Taviani a Luigi Pirandello, dodici anni dopo il successo di “Kaos”, fu per vari motivi un fiasco colossale: colpa di un generale imbolsimento nel trattamento della materia narrativa; colpa della scelta degli episodi da mettere in scena, all’insegna di un pessimismo mortuario che la sceneggiatura non si preoccupa mai di alleggerire con alcune dosi di umorismo pirandelliano; e sì, colpa anche del pubblico, cambiato in peggio nel giro di un decennio e sempre più mal abituato dalla piattezza televisiva a cui il cinema italiano degli anni ’90 si era conformisticamente adeguato. Il film è tutt’altro che malvagio, ha accenti pregevoli (si raccomanda la dolente serenità degli ultimi dieci minuti del primo episodio) e molte virtù soprattutto nelle interpretazioni (ottimi Albanese, Ferro e Arena; persino la Ferilli è accettabile); soffre casomai di qualche pesantezza didascalica laddove i dialoghi potrebbero e dovrebbero lasciare spazio alle immagini. Crea malessere, è vero; caratteristica intollerabile per un’opera d’arte nell’Italia di fine secolo. Notare la demenzialità della locandina americana.

Voto: 6,5