Mentre le truppe garibaldine avanzano e l’Italia si appresta a diventare unita, come tutte le estati il Principe di Salina e la sua famiglia vanno a passare le vacanze presso la loro residenza di Donnafugata.
Dal romanzo omonimo – in parte autobiografico, raccontando momenti della sua infanzia – di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, caso editoriale alla fine degli anni ’50, che in pochi anni fu portato sullo schermo da Visconti. Gigantesco dispendio di mezzi tecnici e finanziari per un kolossal che è, ovviamente, sontuoso al limite dell’esagerazione nelle scenografie, nei costumi, nelle musiche (spicca un valzer inedito di Verdi a far da colonna sonora alla lunghissima sequenza del ballo); fastosa celebrazione del lato commerciale e popolare del viscontismo (c’è anche il cast internazionale non esattamente in parte, compresa la pur luminescente Claudia Cardinale) in un film a lungo illustrativo a rischio di pedanteria. Onestamente: passata la boa delle due ore, diventa tutt’un tratto interminabile. Oltre centottanta minuti di romanzone e tre scene che da sole valgono tutto il film: la partenza di Tancredi, la grottesca scena del referendum, la sepolcrale carrellata sui volti terrei della famiglia Salina – immagine perfetta per un finale, o per una morale. Due o tre sentenze memorabili che hanno contribuito a coniare l’aggettivo “gattopardesco”, ad indicare le finte smanie di cambiamento di taluni che sono invece conservatori nell’intimo. Comunque la pensiate, un classico del nostro cinema.

Voto: 6,5

Trivia
(La prima scelta di Visconti per il ruolo del principe Fabrizio era Laurence Olivier. Warren Beatty volò fino a Roma per chiedere a Visconti di concedergli la parte di Tancredi, invano)