Un barbiere si finge affetto da una misteriosa malattia alle gambe per riconquistare la donna di cui è innamorato, che però piace anche ad un suo amico poeta conosciuto in treno di ritorno da Lourdes.
Quarto film di Massimo Troisi, due anni dopo lo straordinario successo di “Non ci resta che piangere” in coppia con Roberto Benigni. Lo sguardo al passato, peraltro rivolto con l’abituale delicatezza e originalità di Troisi (che lo porta ad evitare facili cadute nel macchiettismo e nell’iconografia classica del fascismo nel cinema italiano), è più che altro un espediente per le abituali variazioni sul tema dell’amore, della solitudine e della malattia che sconfina nell’ipocondria. Nonostante il film venga prima dei successivi lavori con Ettore Scola, è possibile notare una certa influenza del regista romano nei dialoghi “seri”, nel tono generale, nel disegno dei personaggi. Ad ogni modo, prima parte assai frizzante e scandita dalle solite, memorabili invettive del Troisi sfrenato giullare: rimasta negli annali la battuta su Mussolini capostazione. Ottimo cast di comprimari, tra cui spiccano il livornese Marco Messeri e un Massimo Bonetti antecedente alla notorietà televisiva.

Voto: 6+