Michele, professore di matematica appena entrato al liceo “Marylin Monroe”, ha seri problemi di relazione con le persone. S’innamora malsanamente di Bianca, una sua collega.
Il quarto capitolo della saga di Michele Apicella sembra essere specularmente opposto al romanzo di formazione che Truffaut ha scritto e messo in scena per il suo Antoine Doinel. Laddove questi si spogliava pian piano dei panni di enfant sauvage per iniziare una nuova vita più matura e consapevole, il personaggio morettiano avanza ad ampie falcate verso la distruzione di sé e degli altri: propositi inaugurati con il prologo-manifesto (Michele che torna a casa, entra in bagno e lo disinfetta dando fuoco a lavandino, vasca e gabinetto) ed esplicitati in questa finta e tremenda commedia dall’azione più eversiva e immorale di tutte (l’omicidio) e mai più ripetuta nelle pellicole successive. L’ingresso dell’eterno femminino (l’innocua Laura Morante) nell’universo morettiano contribuisce alla definitiva deflagrazione di un personaggio nella cui costruzione pesa sicuramente l’innegabile narcisismo esibizionista del Nostro, ma che si può e si deve definire uno dei più riusciti (e contemporaneamente irrisolti) dell’ultimo quarto di secolo di cinema italiano: in clamoroso anticipo sull’era dei trentenni-macchietta à la Muccino, Moretti stronca una generazione (la propria) prendendo a modello il caso limite del misantropo frustrato, e le sue ossessioni (la Nutella, le scarpe) – lungi dall’essere elementi puramente comici – sono spie rivelatrici delle follie contemporanee fondate sul culto dell’oggetto e del possesso (di cose, di animali, di persone) per fuggire l’inaccettabile sospetto di essere rimasti soli. Scena cult: Apicella a pranzo dal suo alunno che rampogna il padrone di casa su come tagliare il Mont-Blanc, “continuiamo così, facciamoci del male”.

Voto: 7

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