Storia vera di Charles Horman, cittadino americano ucciso il 19 settembre 1973 all’Estadio Nacional dai militari cileni, e dei vani sforzi di sua moglie e suo padre per ritrovarlo e riportarlo a casa.
Insieme a “Z” – altro dramma politico che gli diede la notorietà internazionale – il film più famoso del greco Konstantinos Gavras; Palma d’Oro a Cannes e Oscar per la sceneggiatura non originale. Vicenda a lungo nascosta (e perciò ancor più penosa per chi l’ha vissuta), quella della partecipazione attiva della CIA al golpe di Pinochet del nefasto 11 settembre 1973; questo film contribuì in modo importante a squarciare la fittizia storia ufficiale; l’abilità e la furbizia nel coinvolgere emotivamente il pubblico (Vangelis in una delle sue partiture più celebri), dunque, sono per una buona causa. Sceneggiatura da manuale dei drammi politici hollywoodiani: perfino i dialoghi e il lato cronachistico dello straziante mese all’altro capo del mondo dei signori Horman non cedono un millimetro alla retorica e alle semplificazioni, segnando la via adulta di fare cinema di denuncia con opportune rinunce a “scene madri” e con il semplice e sobrio fermo immagine finale della bara di Charles Horman con il nome scritto a pennarello. L’indignazione e la disperazione aiutano a costruire piccoli frammenti d’arte, come l’improvvisa e onirica apparizione notturna del cavallo bianco inseguito dagli spari dell’esercito. Maiuscolo Jack Lemmon (anche lui premiato a Cannes), nel pieno della sua seconda giovinezza da attore drammatico. Ed Horman denunciò tutti, dall’ultimo funzionario dell’ambasciata a Henry Kissinger: tutto archiviato. E, anni dopo, il test del DNA rivelò che il corpo rispedito a New York a sette mesi di distanza dalla morte non era quello di Charles Horman. Così va l’America; così andava – vogliamo dire – nel ventesimo secolo.

Voto: 7,5

Trivia
(Girato in Messico in gran segreto rispetto alle classiche procedure hollywoodiane, a causa del soggetto così controverso)

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