Il bandito Michel uccide un gendarme e si dà alla macchia. A Parigi rincontra Patricia, amichetta americana, mentre la polizia lo bracca.
Il film più celebre di Jean-Luc Godard, della Nouvelle Vague e dell’intero cinema francese. La sua maggior qualità è anche, in un paradosso tipicamente godardiano, il suo peggior difetto: una sconfinata presunzione nel voler riscrivere, fino a reinventarle e oltre, le regole del genere polar-gangsteristico, che si specchia nei labbroni e nella strafottenza di Jean-Paul Belmondo. E’ anche vero che all’epoca si trattò di una sorta di luna park del proibito cinematograficamente parlando, in cui per la prima volta nella storia si poté guardare negli occhi la macchina da presa, voltarle le spalle per un minuto abbondante, ridurre in frammenti una semplice inquadratura (il cosiddetto “jump cut”), entrare in campo dalla parte opposta rispetto alla direzione in cui un altro personaggio aveva appena guardato. La sceneggiatura (di François Truffaut) è esile, infiocchettata di leziosità (“I fianchi di una donna sono commoventi”); conta soprattutto per il pollice sulla bocca di Belmondo, per l’ancheggiare di Jean Seberg sugli Champs Elysées, per la sua primigenia eversività postmoderna che ha fatto sì che a Godard fosse ispirato, ad esempio, il nome della casa di produzione di Quentin Tarantino (e in effetti “Fino all’ultimo respiro” è il primo film citazionista della storia). Stile e naiveté tipica del neofita di una scuola a cui Godard, peraltro, andrà sempre più allontanandosi nel corso degli anni. Rappresenta, che ci piaccia o no, una pietra miliare di quest’arte.

Voto: 7

Trivia
(Nella ripresa di molte scene Raoul Coutard, celebre direttore della fotografia del quale era leggendaria la capacità di manovrare la macchina a mano senza mai respirare per non far sobbalzare troppo l’inquadratura, sedeva su una sedia a rotelle con la macchina in spalla, spinto dallo stesso Godard)