Depressione, masturbazione, molestie telefoniche, omicidio, stupro, pedofilia e altri tratti distintivi del ceto medio americano.
Si vedono e si sono visti pochi film come questo “Happiness”, capaci di sopportare il tanfo e affondare le mani fino ad arrivare al fondo dell’abiezione e dell’aberrante. Si vedono e si sono visti pochi registi come il 39enne (all’epoca) di Newark Todd Solondz, in grado di non abbassare mai lo sguardo e di rimanere lucido e razionale anche di fronte a scene oggettivamente nauseabonde come la tremenda confessione finale del babbo al figliolo brutto, adolescente e complessato. Solondz realizza e mette in pratica quelli che probabilmente sono gli incubi più reconditi e inconfessabili di Woody Allen; piccona l’umanità contemporanea con il ghigno e la freddezza dei serial killer più efferati, filmando l’infilmabile: lo sperma, un bambino inquadrato in pose ambigue, e altre situazioni e dialoghi di durezza inconcepibile. L’orrore e l’implicita deformità del quotidiano sono messi in scena nella loro ripugnante nudità, senza bisogno di essere surreali o eccessivi; gli scambi di battute sono scarni e perciò ancora più impressionanti (“Li ho penetrati” “E com’è stato?” “E’ stato bellissimo” “Lo faresti ancora?” “Sì, lo rifarei”). La cosa sconcertante è che talvolta si ride anche. Michael Stipe canta sui titoli di coda (con Rain Phoenix).

Voto: 7,5

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