Terminata la seconda guerra mondiale, la potente famiglia italo-americana dei Corleone riorganizza i propri business. Il patriarca Vito subisce un attentato e sceglie come proprio erede l’ultimogenito Michael, decorato eroe di guerra.
Dall’omonimo romanzo di Mario Puzo. Uno dei film più importanti degli anni ’70 e, di riflesso, del cinema del dopoguerra: è scontato e superfluo elencare la valanga di citazioni e omaggi che ha ricevuto nel tempo, così come è pleonastico cimentarsi nella glorificazione di una storia e di un cast con oltre trentacinque anni di ritardo (e comunque: Marlon Brando con l’ovatta nelle guance, la testa del cavallo Khartoum tra le lenzuola di raso, il montaggio alternato del battesimo del nipote di Michael e della contemporanea carneficina dei boss rivali). “Il Padrino” è sopravvissuto praticamente incolume all’invecchiamento e il suo mito è oramai incrollabile; e di mito si può giustamente parlare, in effetti, proprio perchè il tempo ha trasformato in punti di forza anche gli evidenti difetti e le ambiguità della prima ora (un ritratto indubbiamente edulcorato della criminalità e dell’ambiente che la circonda, con eccessi al limite della ruffianeria: Vito Corleone è “il nostro eroe” ed emana tutto il fascino di cui Marlon Brando è stato capace, ma è fondamentalmente uno spietato assassino che non ha rinnegato il passato. Lo si approfondirà nel secondo capitolo, universalmente riconosciuto come il più riuscito anche perché è il più crudele). Cercando disperatamente di scansare l’ovvio, bisogna concentrarsi sui dettagli: una sceneggiatura (firmata da Coppola e Puzo) mirabile nel disegnare i caratteri fin dalla loro prima apparizione (Sonny impulsivo, Tom diplomatico, Fredo inetto) e nella gestione di un cast così ricco e composito; un’interpretazione di Marlon Brando oggettivamente molto al di sotto dei suoi picchi maggiori, ma dotata di un inspiegabile magnetismo che offusca qualsiasi ragionamento razionale. In centosettantacinque minuti di pellicola mai viene pronunciata la parola “mafia”.

Voto: 8-

Trivia
(Per il ruolo di don Vito Corleone furono considerati anche Edward G. Robinson, Ernest Borgnine, George C. Scott e Orson Welles. Burt Lancaster e Frank Sinatra erano interessati alla parte ma non furono mai veramente in lizza. La Paramount pensò persino di scritturare il produttore italiano Carlo Ponti. Fu Coppola a imporre l’aut-aut: o Brando o Laurence Olivier)
(Uno dei motivi per cui nel film non vennero mai pronunciate le espressioni “Mafia” e “Cosa Nostra” furono le ripetute proteste della comunità italo-americana, che temeva che il film screditasse la loro immagine nel mondo)
(Robert Towne, vincitore due anni dopo dell’Oscar per la sceneggiatura di “Chinatown”, scrisse il dialogo tra Vito e Michael in cui questi viene avvertito dal padre del tentativo d’attentato che sta per essere organizzato ai suoi danni)
(Brando trovò negli studi della Paramount il gatto che tiene sulle ginocchia nella scena d’apertura)
(Nel ruolo del bambino che viene battezzato nella famosa scena in chiesa c’è Sofia Coppola, figlia del regista, che all’epoca aveva appena tre settimane d’età)
(Nino Rota fu nominato all’Oscar per la colonna sonora, ma la sua candidatura fu ritirata quando si scoprì che le musiche del film erano già state utilizzate nel 1958 per il film “Fortunella”)
(Sylvester Stallone fece un provino per il ruolo di Paulie, ma non ottenne la parte)
(Per il ruolo di Apollonia, Francis Ford Coppola avrebbe voluto Stefania Sandrelli)
(Per il ruolo di Michael c’era una miriade di pretendenti: Martin Sheen e Dean Stockwell non superarono il provino, Rod Steiger era troppo vecchio, Robert Redford troppo “wasp”, Warren Beatty, Jack Nicholson e Dustin Hoffman rifiutarono invece l’offerta della parte. Nonostante un provino non esaltante, Al Pacino convinse tutti grazie alla sua eccellente performance in “Panico a Needle Park”, 1971)