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Milano, anni ’80: un sindacalista viene mandato in una cooperativa di malati mentali dimessi dal manicomio dopo la legge 180 (Basaglia). Che fare?
Più vicino al grido d’euforia di Gene Wilder in “Frankenstein Junior” che allo slogan obamiano, il “Si può fare” di Manfredonia&Bisio è un film degnissimo, una commedia che sfrutta bene le tante idee delle quali è debitrice (miriadi di citazioni da “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, un che di “Attimo Fuggente” e una spruzzata di Salvatores, per fermarci alla superficie) per cavarne un lavoro originale (almeno per noi), veloce e brillante. La storia, all’apparenza inverosimile, è invece ispirata alla vera avventura della Cooperativa Noncello, che esiste tuttora a Pordenone e impiega oltre 300 persone; il film la riadatta nell’aeriforme Milano da bere degli anni ’80 (due citazioni ricercate: all’inaugurazione del nuovo negozio di alta moda saranno presenti Eleonora Brigliadori e forse anche Pillitteri), con aggiunta di un’azzeccata galleria di freaks (quasi tutti attori televisivi: si riconoscono Andrea Bosca di “Raccontami” e Carlo Giuseppe Gabardini di “Camera Café”) e (trascurabili) beghe amorose tra Bisio e l’ornamentale Anita Caprioli. Al suo terzo film, il romano Giulio Manfredonia (nipote di Comencini, che gli ha trasmesso il garbo e lo spirito) conferma le qualità di regista e sceneggiatore già intraviste nelle sue prime due commedie fantastiche, “Se fossi in te” ed “E’ già ieri” (remake di “Ricomincio da capo”); si ride con intelligenza e la ricerca della commozione, seppur prevedibile, non è mai becera. Che poi la gran parte del popolo gli preferisca delle porcherie, è un altro paio di maniche.

Voto: 7

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