goodbye-lenin
Berlino Est: caduta in coma dopo un infarto nell’ottobre 1989, una fervente socialista si risveglia a giugno quando il capitalismo ha ormai stravolto il panorama urbano e sociale dell’amata DDR. Nel timore che un secondo choc potrebbe esserle fatale, suo figlio s’ingegna perché lei non s’accorga di nulla.
Se tre indizi fanno una prova, figuriamoci quattro: “Goodbye Lenin” fa parte del poker di film tedeschi che in quest’inizio di millennio ha risollevato le sorti del cinema teutonico in patria e soprattutto all’estero, e con gli altri tre (“La caduta”, “Le vite degli altri” e il recente “La banda Baader-Meinhof”) ha in comune l’argomento: la Storia contemporanea del loro Paese, la più complessa tra i paesi dell’Europa occidentale poiché ha dovuto affrontare due dittature di segni opposti, una guerra terribile e una riunificazione recente e di problematica digestione. I meriti di Wolfgang Becker stanno tutti nell’idea di partenza, allegoricamente affine al disorientamento e alle fisime di quella famigerata “certa sinistra” (non solo germanica) che non vuole farsene una ragione; lo sviluppo della sceneggiatura è prevedibilmente tedesco, piatto ma – attenzione – con una certa dose di furbizia che sembra presa di peso da un film italiano di oggi sugli anni ’60 o ’70. La regia è mediocre, persino ingenua nelle sue spudorate e gratuite citazioni (l’allegro vivace del “Guglielmo Tell” di Rossini nella versione accelerata usata da Kubrick in “Arancia Meccanica” per la scena dell’arredamento della camera da letto: perché? Un’idea da ventenne alle prime armi). Bravi gli attori, abuso delle musiche del grande Yann Tiersen, che presta al film anche “Comptin d’une autre été”, uno dei suoi magnifici pezzi da “Amélie”. Il doppiaggio in italiano azzera le difficoltà col tedesco dell’infermiera Lara, teoricamente di origini russe.

Voto: 6,5

Annunci