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Tre storie che ruotano attorno alla droga: in Messico un poliziotto della Narcotici si ritrova coinvolto nella guerra tra i cartelli di Juarez e Tijuana, quest’ultimo fiancheggiato dalla polizia stessa; un giudice viene nominato a capo di una commissione antidroga, ma sua figlia sedicenne sta diventando una tossicodipendente; due agenti della Dea arrestano un corriere la cui moglie, incinta, deve improvvisarsi trafficante.
Ritorno ai vertici di Steven Soderbergh, undici anni dopo un lungo oblio seguito al folgorante esordio di “Sesso, bugie & videotape” (parzialmente interrotto nel 1998 con “Out of sight”). Affronta un tema forte e tutt’altro che agevole (la droga, raccontata inoltre con accuratezza e grande dovizia di particolari) con un approccio quasi modaiolo, riempiendo il piatto di sciccherie non richieste (gli otturatori velocissimi utilizzati per le scene in Messico) e scegliendo di distinguere i tre filoni narrativi con altrettanti filtri cromatici: il giallo messicano, il gelido blu per le peripezie familiari del giudice Wakefield e il colore naturale per il resto. Più di altri, pone perciò un problema sul tanto decantato nuovo cinema d’autore americano (Soderbergh, Mendes, P.T. Anderson, Wes Anderson…), per il quale (o almeno per una sua parte) i temi cosiddetti “alti”, siano essi morali o sociali, sono spesso presi a pretesto per imbastire lussureggianti Trionfi della Forma che riescono comunque a saziare lo spettatore medio. Più che la ruffiana regia di Soderbergh (non a caso premiato con l’Oscar, a cui quell’anno era candidato perfino per il muffoso “Erin Brockovich”), è da elogiare la complessa e mai verbosa sceneggiatura di Stephen Gaghan, che riesce a gestire contemporaneamente tre trame senza mai un calo di chiarezza o di tensione. Cast molto ricco, tra cui spicca l’eccellente Del Toro e non sfigura Catherine Zeta-Jones al primo ruolo decente in carriera; occhio anche all’irriconoscibile Tomas Milian nella parte del generale Salazar.

Voto: 7

Trivia
(Michael Douglas rifiutò inizialmente la parte, che fu perciò attribuita a Harrison Ford, che lavorò personalmente insieme a Soderbergh per modificarne le caratteristiche; Ford dovette poi abbandonare il progetto, e Soderbergh richiamò Douglas, che stavolta apprezzò a tal punto i cambi da accettare)
(Girato in 110 locations diverse, in 8 diverse città)
(Dei quattro vincitori dell’Oscar, tre di loro si chiamano Steven (o Stephen): il regista Soderbergh, lo sceneggiatore Gaghan e il montatore Mirrione)