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Gli ultimi giorni di un poliziotto: roso dai sensi di colpa per un incidente che ha paralizzato un suo collega e amico fraterno, accudisce la moglie malata terminale e nel frattempo è tormentato dalla Yakuza a cui deve restituire un oneroso prestito.
Sorprendente Leone d’Oro a Venezia 1997, è il film che rivelò al mondo il giapponese Takeshi Kitano, all’epoca 40enne, prima noto soltanto ai nottambuli fanatici di Ghezzi & co. Strano film che racconta mille cose variando con generale felicità da un registro all’altro, alternandosi in madornali e fulminei scoppi di violenza e inquadrature lunghe e solitarie, inframmezzate talvolta da quadri a cui si rifà il titolo originale, una volta tanto opportunamente tradotto (i dipinti sono del regista stesso): attenzione però, nella cultura giapponese i “fiori di fuoco” non sono altro che i fuochi d’artificio. Stile personalissimo e spiazzante, conoscitore di mille modi di rappresentazione (la rapina in banca “a circuito chiuso”, il finale in spiaggia, le parentesi pulp-noir-grottesche con i mafiosi), Kitano qui parla ancora molto del suo Paese e delle sue tradizioni, risultando perciò qui e là oscuro. La maschera imperturbabile di “Beat” Takeshi, lo pseudonimo da attore dietro il quale si nasconde ovviamente lo stesso Kitano, è perfetta per il congedo dalla vita di chi col passare del tempo è diventato tante volte “ex”: poliziotto, cittadino onesto, marito, collega, in definitiva essere umano.

Voto: 7