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A causa di una rarissima malattia psichiatrica ereditata dal padre che lo obbliga a scrivere dei diari per ricordarsi di tutto ciò che gli succede, Evan riesce a tornare indietro nel tempo e scopre di poter modificare il corso degli eventi.
Situato a metà tra le acronie di “Memento” e gli universi paralleli con spruzzata modaiola di “Donnie Darko”, “The Butterfly Effect” (riferimento alla celebre teoria del caos secondo cui il battito d’ali di una farfalla in Australia può scatenare un terremoto in America) è un film originale quanto basta per aver catturato l’attenzione di una discreta fetta di giovani e giovanissimi, non necessariamente cinefili, quasi tutti abbastanza digiuni di letteratura sui paradossi spazio-temporali che arricchisce la storia della fantascienza “adulta” da ormai quarant’anni. La coppia che firma la regia, già sceneggiatrice del secondo dimenticabilissimo capitolo di “Final Destination”, conferma la predilezione per i dettagli che fanno la differenza e cambiano le carte in tavola, provocando conseguenze che provocano conseguenze; come si vede, niente di nuovo sotto il sole, nessuna conclusione a cui non era già ad esempio giunto Resnais dieci anni fa. Rimane un intrattenimento superiore alla media e anche il finale evita di scadere nello zuccheroso (scartato invece in fase di montaggio l’epilogo alternativo, assai più dark, di Evan che nel finale assiste al filmino della propria nascita, torna nell’utero materno e decide di strangolarsi col cordone ombelicale per prevenire ulteriori sofferenze della gente a cui vuol bene).

Voto: 7=

Trivia
(I diari di Evan hanno la stessa copertina di quelli di John Doe in “Seven” (1995), altro film prodotto dalla New Line Cinema)
(Nel nome del protagonista, Evan Treborn, è ovviamente insito il gioco di parole “Event Reborn”)

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