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1918: nel giorno in cui l’America festeggia la fine della Grande Guerra, a New Orleans nasce uno “strano” bambino abbandonato dal babbo sulle scale di una casa di riposo. Il piccolo Benjamin ha in effetti una dote non comune: quella di vivere all’incontrario, nascendo ottantenne e ringiovanendo con lo scorrere degli anni.
Ispirato a un racconto del 1922 di Francis Scott Fitzgerald, a sua volta ispirato ad una celebre massima di Mark Twain: “La vita sarebbe infinitamente più felice se solo potessimo nascere a 80 anni e gradualmente raggiungere i 18” (ma il film e il testo originale hanno ben poco in comune, in pratica solamente la straordinaria idea di partenza). Per dare vita al progetto che teneva nel cassetto già dai primi anni ’90, David Fincher abbandona così gli abituali toni thriller-noir per cimentarsi nella sua opera più ambiziosa e di ampio respiro, affidata alla penna dello sceneggiatore Eric Roth, habitué delle narrazioni di esistenze particolari (è stato Oscar nel 1994 per “Forrest Gump”). L’impressione è che, lasciandosi trasportare dall’entusiasmo e dalla smania di procedere per accumulo, non rinunciando a nessuno dei tanti possibili snodi narrativi evocati da un così formidabile spunto di partenza, Fincher perda in più punti le redini del comando, non imponendosi con la sua poetica gelida e sferzante ma semplicemente lasciando fare; per la prima volta nel suo cinema – ad eccezione del terzo capitolo di Alien, sfigurato dalla produzione – manca il marchio di fabbrica, il sigillo del suo proverbiale lato oscuro. Evidentemente, è il prezzo da pagare per essere definitivamente sdoganato nella Hollywood bene che va agli Oscar e sogna pure di vincerli (altroché se sogna: tredici nominations tredici!, a una sola lunghezza dallo storico record di “Eva contro Eva” e “Titanic”). Resta perciò agli atti un film semi-anonimo, convenzionale e lunghissimo, sicuramente godibile, probabilmente di buon successo, imperniato com’è su un’idea magnifica e visionaria, che il cinema ha potuto tradurre in immagini soltanto nell’anno 2009, per merito dei prodigi del digitale (e del trucco di Greg Cannom) che rendono Brad Pitt credibile a vent’anni come a 75; consci dell’incontenibile forza narrativa della loro “storia”, Fincher e Roth giocano di sottrazione, creando un’atmosfera d’attesa (del paradossale invecchiamento, dell’uragano Katrina, della morte) che investe gli stessi personaggi, costantemente proiettati verso il futuro e verso le conseguenze delle proprie scelte. Rimangono giustamente taciute le altre due circostanze in cui il vecchio è stato colpito dal fulmine, ed è assai azzeccato, in ogni senso, il finale. Preziose musiche elfmaniane di Alexandre Desplat.

(pubblicato su www.doppioschermo.it)

Voto: 7

Trivia
(Secondo film hollywoodiano ad essere ambientato nella New Orleans del post-Katrina; l’altro è “Déjà-vu” di Tony Scott, 2006)
(Cammeo di Shiloh Jolie-Pitt, figlia di Brad Pitt e Angelina Jolie che all’epoca delle riprese aveva circa 10 mesi, nel ruolo della figlia di Benjamin e Daisy)

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