gran-torino
Rimasto vedovo, il vecchio Walt Kowalski si rinchiude in sé stesso: con i figli e i nipoti non ha alcun rapporto e odia anche i suoi nuovi vicini di casa, coreani che stanno invadendo il suo quartiere. La sua unica ragione di vita è una Ford Gran Torino del ’72, che di tanto in tanto tira fuori per lucidarla con maniacale pazienza.
Testamento? E’ la prima parola che viene in mente, solleticata anche dalle voci insistenti che parlano di “Gran Torino” come dell’ultimo film (da attore) di Clint Eastwood. Il film, nei fatti, lo è: una storia e uno stile di un classicismo commovente, dagli snodi e dalle svolte ampiamente prevedibili, e per questo ancor più stupefacente per noi che ci sorprendiamo a seguirla a bocca aperta, col fiato sospeso di fronte alla memorabile uscita di scena di Walt. La cristallinità della morale, mai a rischio di diventare moraletta, è così evidente da passare per ovvia, melensa, “buonista”. Macchè: senza scomodare i problematici rapporti tra Occidente e immigrazione, c’è sempre bisogno di una lezione di chiarezza evangelica sulla capacità di amare e aiutare il prossimo. Nella descrizione sprezzante dei familiari e nel rapporto difficile col parroco, qualche rimando a “Million Dollar Baby” e ad altri vecchi lavori di Clint, che a 78 anni capisce che è il momento dei bilanci; il suo cinema semplice, sincero, fordiano (non solo per la macchina) risulterà forse alieno nel 2009 ma lui non avrà bisogno di futuri interpreti per essere definito un Maestro. Sui titoli di coda Eastwood canta insieme a Jamie Cullum il brano omonimo.

Voto: 8-

Trivia
(Quarto film in cui Eastwood interpreta il ruolo di un veterano della guerra in Corea. Gli altri tre sono “Una calibro 20 per lo specialista”, 1974, “Gunny”, 1986, e “Potere assoluto”, 1997)

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