push
A Hong Kong un “mover” di seconda generazione (un essere umano, cioè, che ha ereditato dai genitori i suoi specifici superpoteri – nel suo caso, capacità telecinetiche) si nasconde dai potenti artigli della Division che gli ha ucciso suo padre dieci anni prima. Qui viene scovato da una “watcher” (una chiaroveggente) teen-ager che ha bisogno di lui per ritrovare una valigetta con sei milioni di dollari, una “pusher” (capace di influenzare col pensiero le azioni altrui) unica sopravvissuta agli esperimenti della Division e contemporaneamente salvare la pelle. Allo strano trio sono inoltre interessati dei malviventi locali, anche loro iper-accessoriati.
Dall’originale sceneggiatura di David Bourla, infrequente caso di film di supereroi (o quello che sono) che non si rifà a fumetti, comic strips ecc. ecc. (anche se la paternità del soggetto va condivisa con la serie tv “Heroes”). Lasciato solo dal precedente sceneggiatore Jason Smilovic – cui andava ascritta buona parte del merito del successo dell’ottimo “Lucky Number Slevin” – lo scozzese Paul McGuigan, ex fotografo con grande gusto dell’immagine e vero feticista della carta da parati, tira su un film che come valore assoluto non può certo definirsi indimenticabile, né del resto ha pretese di volerlo diventare; uno svago dichiarato che raggiunge lo scopo essenziale di intrattenere. Volendo e dovendo trovargli un posto nel grande tabellone dei superhero-movies, i difetti non gli mancano: lo scopo finale, quello per cui i cattivi si muovono e i buoni s’ingegnano perché non vincano, si perde progressivamente per strada lasciando spazio ad una caoticità pop molto funny (esaltata da una buona scelta musicale) che a lungo andare sceglie di puntare tutto sul breve periodo senza rischiare di appesantire inutilmente il braciere. Perciò abbondano le belle trovate: lo “shift” Cliff Curtis che trasforma l’aspetto e le dimensioni degli oggetti toccandosi le orecchie, gli sgherri che spaccano a urla i vasi sanguigni, l’eloquio frizzante di Dakota Fanning al primo ruolo “adulto” in carriera che scimmiotta la Natalie Portman di “Léon”. L’unica nota stonata è nella scelta completamente sbagliata di (mis)casting nell’affidare la parte principale all’ex fantastico4 Chris Evans, fisico e monoespressività da difensore centrale di una squadra di Premier League. Dignitoso e divertente, di quei film da andare a vedere al cinema quando il prezzo è ridotto.

(pubblicato su www.doppioschermo.it)

Voto: 6

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