fino-alla-fine-del-mondo
1999: mentre un satellite sta per schiantarsi sulla Terra rischiando d’innescare una rivoluzione nucleare, Claire e Sam s’incontrano e s’inseguono per il mondo fino ad approdare in Australia, dove il padre di lui – scienziato ricercato dal governo USA – sta mettendo a punto una macchina che riesce a far vedere i ciechi.
Da un’idea di Wim Wenders perseguita per quasi quindici anni, un film ambizioso al quadrato, dacché il suo autore non è mai stato il ritratto dell’understatement. Privo di un vero intreccio e perciò poco propenso a piacere (l’accoglienza di pubblico e critica dell’epoca fu tutt’altro che favorevole), è in realtà uno dei lavori meglio riusciti del regista di Dusseldorf: pur zavorrato dall’abituale mancanza wendersiana di sense of humour e dunque in alcune parti tronfio e presuntuoso, è una corsa sfrenata e liberatoria nello spazio e nel tempo, senza vincoli narrativi né esigenze di sceneggiatura, una montagna russa di due ore e mezza in cui s’improvvisano con risultati apprezzabili discorsi sui massimi sistemi e riflessioni sul cinema e sulla necessità di trovare un modo più intimo e assoluto per distillare le emozioni; il coraggio (l’incoscienza?) di Wenders sta tutto nelle ardite invenzioni futuristiche di un 1999 che, a dieci anni di distanza, risulta teneramente improbabile. Interessante anche per l’uso pionieristico dei primi apparecchi ad alta definizione, omaggio della Sony. Wenders chiese a numerosi big della scena rock planetaria di realizzare brani originali per questo film come se fossero stati composti nel 1999; il risultato è una colonna sonora clamorosa che spazia dagli U2 a Peter Gabriel, da Elvis Costello ai Talking Heads, dai Depeche Mode ai R.E.M. eccetera. L’apparizione finale di Jeanne Moreau non si dimentica.

Voto: 7-

Trivia
(Girato in 15 diverse città di 7 diverse nazioni, in 4 diversi continenti)
(Il director’s cut di Wenders durava ben otto ore)

1999: mentre un satellite sta per schiantarsi sulla Terra rischiando d’innescare una rivoluzione nucleare, Claire e Sam s’incontrano e s’inseguono per il mondo fino ad approdare in Australia, dove il padre di lui – scienziato ricercato dal governo USA – sta mettendo a punto una macchina che riesce a far vedere i ciechi.
Da un’idea di Wim Wenders perseguita per quasi quindici anni, un film ambizioso al quadrato, dacché il suo autore non è mai stato il ritratto dell’understatement. Privo di un vero intreccio e perciò poco propenso a piacere (l’accoglienza di pubblico e critica dell’epoca fu tutt’altro che favorevole), è in realtà uno dei lavori meglio riusciti del regista di Dusseldorf: pur zavorrato dall’abituale mancanza wendersiana di sense of humour e dunque in alcune parti tronfio e presuntuoso, è una corsa sfrenata e liberatoria nello spazio e nel tempo, senza vincoli narrativi né esigenze di sceneggiatura, una montagna russa di due ore e mezza in cui s’improvvisano con risultati apprezzabili discorsi sui massimi sistemi e riflessioni sul cinema e sulla necessità di trovare un modo più intimo e assoluto per distillare le emozioni; il coraggio (l’incoscienza?) di Wenders sta tutto nelle ardite invenzioni futuristiche di un 1999 che, a dieci anni di distanza, risulta teneramente improbabile. Interessante anche per l’uso pionieristico dei primi apparecchi ad alta definizione, omaggio della Sony. Wenders chiese a numerosi big della scena rock planetaria di realizzare brani originali per questo film come se fossero stati composti nel 1999; il risultato è una colonna sonora clamorosa che spazia dagli U2 a Peter Gabriel, da Elvis Costello ai Talking Heads, dai Depeche Mode ai R.E.M. eccetera. L’apparizione finale di Jeanne Moreau non si dimentica.
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