Il grande capo

Deciso a liquidare la società ad un compratore islandese e a licenziare tutti e sei i dipendenti, un tale assolda un attore di mezza tacca per fargli recitare la parte di un fantomatico Grande Capo che deve prendersi la responsabilità dell’operazione.
Ed ecco a voi un’altra presa in giro a firma Lars von Trier, questa volta declinata sotto forma di commedia. Il disvelamento della finzione filmica, palesissimo e ripetuto più volte fino a scivolare nella pedanteria, è al centro di questa farsa al quadrato (un attore recita davanti a un pubblico – noi – la parte di un attore che recita davanti a un altro pubblico – i dipendenti) in cui l’ineffabile regista danese si fa grassamente beffa di tutto e tutti, a partire dalle convenzioni e dal buonsenso cinematografico (la scelta dell’inquadratura non spetta più all’uomo bensì a un computer che sceglie casualmente la porzione di spazio indipendentemente dalle necessità drammaturgiche e dalla posizione degli attori in scena); passano perciò addirittura in secondo piano le bizzarrie della trama, mero pretesto per un’acuta riflessione sul delicato ménage tra cineasta e pubblico; il quale non fa certo una gran figura, visto che assiste impassibile alle mattane del Grande Capo (von Trier, ovviamente) senza mai sollevare dubbi o sospetti. La commedia si concede anche momenti di autoironia in cui gli improvvisi e irragionevoli cambi di stato del personaggio principale (ora amichevole, ora criptico, ora gelido) sono altrettanti riferimenti all’irregolare e paracula cinematografia del von Trier stesso, che non manca peraltro di autocitare il solito Dogma. Il titolo originale, “Direktoren for det hele”, significa “Il capo di tutto questo”.

Voto: 7

Deciso a liquidare la società ad un compratore islandese e a licenziare tutti e sei i dipendenti, un tale assolda un attore di mezza tacca per fargli recitare la parte di un fantomatico Grande Capo che deve prendersi la responsabilità dell’operazione.
Ed ecco a voi un’altra presa in giro a firma Lars von Trier, questa volta declinata sotto forma di commedia. Il disvelamento della finzione filmica, palesissimo e ripetuto più volte fino a scivolare nella pedanteria, è al centro di questa farsa al quadrato (un attore recita davanti a un pubblico – noi – la parte di un attore che recita davanti a un altro pubblico – i dipendenti) in cui l’ineffabile regista danese si fa grassamente beffa di tutto e tutti, a partire dalle convenzioni e dal buonsenso cinematografico (la scelta dell’inquadratura non spetta più all’uomo bensì a un computer che sceglie casualmente la porzione di spazio indipendentemente dalle necessità drammaturgiche e dalla posizione degli attori in scena); passano perciò addirittura in secondo piano le bizzarrie della trama, mero pretesto per un’acuta riflessione sul delicato ménage tra cineasta e pubblico; il quale non fa certo una gran figura, visto che assiste impassibile alle mattane del Grande Capo (von Trier, ovviamente) senza mai sollevare dubbi o sospetti. La commedia si concede anche momenti di autoironia in cui gli improvvisi e irragionevoli cambi di stato del personaggio principale (ora amichevole, ora criptico, ora gelido) sono altrettanti riferimenti all’irregolare e paracula cinematografia del von Trier stesso, che non manca peraltro di autocitare il solito Dogma. Il titolo originale, “Direktoren for det hele”, significa “Il capo di tutto questo”.
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