Vincere

Benito Mussolini e Ida Dalser s’incontrano a Trento negli anni in cui il futuro Duce è ancora membro del Partito Socialista e direttore dell’”Avanti!”; si amano e lui le dà un figlio. Il potere e il successivo matrimonio con Rachele Guidi portano Mussolini a cancellare ogni prova della sua passata relazione, mentre Ida viene internata nei manicomi di Pergine Valsugana e Venezia.
Il ritorno di Marco Bellocchio al racconto storico, dopo l’ingarbugliata parentesi filosofico-metafisica de “Il regista di matrimoni”, avviene secondo modalità non del tutto diverse da quelle del memorabile “Buongiorno, notte”. Anche qui la Storia non è pedissequa compagna di viaggio, ma traccia di partenza per imbastire un discorso che tocca compiutamente temi cari al regista come l’ossessione malsana, il potere (politico ma anche religioso, espresso in questo caso dalla beffarda indifferenza mostrata dalla madre superiora alle suppliche di Ida dopo aver ascoltato alla radio la firma dei Patti Lateranensi), la follia presunta o “costretta”, il senso di impotente minorità che coglie i personaggi quando percepiscono di essere davanti alla Storia (gli occhi spalancati di Ida, ora agguerriti ora rassegnati, sono gli stessi della carceriera Chiara di “Buongiorno, notte”). Film mai accondiscendente, per nulla disposto a qualsivoglia concessione alla platea, non è un mélo o “storia di un amore disperato sullo sfondo del Fascismo”; il regime è co-protagonista con i suoi motti, le sue sovraimpressioni futuriste, i suoi cinegiornali (che mostrano la rarità di un grottesco Mussolini mai visto così in primo piano), in uno stile sperimentale che si avvale anche della livida fotografia di Daniele Ciprì. Opera potente e irrisolta in cui il cerchio – per forza di cose – non si chiude. Timi duceggia credibilmente senza mai neanche sfiorare la macchietta; Giovanna Mezzogiorno rispolvera il suo classico personaggio di donna infelice e tormentata ammantandolo di un’energia in perfetta sintonia col tono generale dell’intera opera.

Voto: 7+

Benito Mussolini e Ida Dalser s’incontrano a Trento negli anni in cui il futuro Duce è ancora membro del Partito Socialista e direttore dell’”Avanti!”; si amano e lui le dà un figlio. Il potere e il successivo matrimonio con Rachele Guidi portano Mussolini a cancellare ogni prova della sua passata relazione, mentre Ida viene internata nei manicomi di Pergine Valsugana e Venezia.
Il ritorno di Marco Bellocchio al racconto storico, dopo l’ingarbugliata parentesi filosofico-metafisica de “Il regista di matrimoni”, avviene secondo modalità non del tutto diverse da quelle del memorabile “Buongiorno, notte”. Anche qui la Storia non è pedissequa compagna di viaggio, ma traccia di partenza per imbastire un discorso che tocca compiutamente temi cari al regista come l’ossessione malsana, il potere (politico ma anche religioso, espresso in questo caso dalla beffarda indifferenza mostrata dalla madre superiora alle suppliche di Ida dopo aver ascoltato alla radio la firma dei Patti Lateranensi), la follia presunta o “costretta”, il senso di impotente minorità che coglie i personaggi quando percepiscono di essere davanti alla Storia (gli occhi spalancati di Ida, ora agguerriti ora rassegnati, sono gli stessi della carceriera Chiara di “Buongiorno, notte”). Film mai accondiscendente, per nulla disposto a qualsivoglia concessione alla platea, non è un mélo o “storia di un amore disperato sullo sfondo del Fascismo”; il regime è co-protagonista con i suoi motti, le sue sovraimpressioni futuriste, i suoi cinegiornali (che mostrano la rarità di un grottesco Mussolini mai visto così in primo piano), in uno stile sperimentale che si avvale anche della livida fotografia di Daniele Ciprì. Opera potente e irrisolta in cui il cerchio – per forza di cose – non si chiude. Timi duceggia credibilmente senza mai neanche sfiorare la macchietta; Giovanna Mezzogiorno rispolvera il suo classico personaggio di donna infelice e tormentata ammantandolo di un’energia in perfetta sintonia col tono generale dell’intera opera.
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