Quei bravi ragazzi
Trent’anni di mafia italo-americana a New York: da come il piccolo Henry Hill entrò nelle grazie del boss Paul Cicero, a come frequentò il suo clan e ne divenne tirapiedi di lusso, fino a raccontare tutto alla Narcotici.
Dal romanzo “Il delitto paga bene” di Nicholas Pileggi, storia vera del pentito di mafia italo-irlandese Henry Hill (sono stati cambiati alcuni nomi: Tommy De Vito si chiamava in realtà Tommy De Simone, mentre il boss faceva di cognome Vario e non Cicero). Per molti, “il” film sulla mafia italo-americana, superiore persino all’intoccabile “Padrino” coppoliano per la lucidità clinica e la chirurgica dissezione di quel mondo. Opera di complessità tecnica quasi irraggiungibile, per l’irripetibile mélange di immagini e musica (colonna sonora ricchissima con anche pezzi di Mina – “Il cielo in una stanza” – e Betty Curtis – “Chariot”) che si fondono in un impasto a flusso continuo che va avanti senza graffi per quasi due ore e mezza. Il punto di vista innanzitutto sociologico con cui Scorsese guarda a questo piccolo mondo antico va a scavare anche nelle abitudini sessuali, nella gastronomia (celebre il montaggio alternato tra la preparazione della cena domenicale e l’inseguimento a Henry della Narcotici) e nelle modalità d’assassinio (Tommy viene “sparato” al volto così che sua madre non possa fargli il funerale con la bara aperta). Più un film-saggio che un film-romanzo, nella sua struttura descrittivo-illustrativa: non sia troppo azzardato il paragone con “La dolce vita” per il suo importante valore di opera simbolo di un’epoca (anche se il capolavoro felliniano era contemporaneo e non postumo come questo). Scorsese sa indubbiamente di cosa sta parlando e non ha bisogno di strafare per dimostrarlo; il giudizio morale passa in secondo piano rispetto al carattere analitico di tutto il film, ma non c’è compiacimento o peggio ammirazione, come dimostra l’insistenza sui truci segni della violenza. Varie citazioni di cui l’ultima è chiaramente riconoscibile: Joe Pesci spara guardando in macchina come George Barnes in “La grande rapina al treno” (Edwin S. Porter, 1903). Nell’anno di “Balla coi lupi” rimediò il solo Oscar a Joe Pesci come miglior attore non protagonista.

Voto: 8-

Trivia
(Il discorso di accettazione dell’Oscar di Joe Pesci fu il terzo più breve dell’intera storia della cerimonia: si limitò a dire “E’ un onore e un privilegio, grazie”)
(Il poliziotto che tratta con i coniugi Hill i dettagli del programma di protezione testimoni è Edward McDonald, colui che realmente assolse questo compito)
(Catherine Scorsese, madre del regista, recita nel ruolo della madre di Tommy. Charles Scorsese, padre del regista, è invece il vecchio carcerato che mette troppa cipolla nel sugo)
(Il celeberrimo piano-sequenza all’interno del night partendo dalla porta di servizio fu un espediente ideato da Scorsese dopo che gli era stato negato il permesso di entrare dall’ingresso principale)

Trent’anni di mafia italo-americana a New York: da come il piccolo Henry Hill entrò nelle grazie del boss Paul Cicero, a come frequentò il suo clan e ne divenne tirapiedi di lusso, fino a raccontare tutto alla Narcotici.
Dal romanzo “Il delitto paga bene” di Nicholas Pileggi, storia vera del pentito di mafia italo-irlandese Henry Hill (sono stati cambiati alcuni nomi: Tommy De Vito si chiamava in realtà Tommy De Simone, mentre il boss faceva di cognome Vario e non Cicero). Per molti, “il” film sulla mafia italo-americana, superiore persino all’intoccabile “Padrino” coppoliano per la lucidità clinica e la chirurgica dissezione di quel mondo. Opera di complessità tecnica quasi irraggiungibile, per l’irripetibile mélange di immagini e musica (colonna sonora ricchissima con anche pezzi di Mina – “Il cielo in una stanza” – e Betty Curtis – “Chariot”) che si fondono in un impasto a flusso continuo che va avanti senza graffi per quasi due ore e mezza. Il punto di vista innanzitutto sociologico con cui Scorsese guarda a questo piccolo mondo antico va a scavare anche nelle abitudini sessuali, nella gastronomia (celebre il montaggio alternato tra la preparazione della cena domenicale e l’inseguimento a Henry della Narcotici) e nelle modalità d’assassinio (Tommy viene “sparato” al volto così che sua madre non possa fargli il funerale con la bara aperta). Più un film-saggio che un film-romanzo, nella sua struttura descrittivo-illustrativa: non sia troppo azzardato il paragone con “La dolce vita” per il suo importante valore di opera simbolo di un’epoca (anche se il capolavoro felliniano era contemporaneo e non postumo come questo). Scorsese sa indubbiamente di cosa sta parlando e non ha bisogno di strafare per dimostrarlo; il giudizio morale passa in secondo piano rispetto al carattere analitico di tutto il film, ma non c’è compiacimento o peggio ammirazione, come dimostra l’insistenza sui truci segni della violenza. Varie citazioni di cui l’ultima è chiaramente riconoscibile: Joe Pesci spara guardando in macchina come George Barnes in “La grande rapina al treno” (Edwin S. Porter, 1903). Nell’anno di “Balla coi lupi” rimediò il solo Oscar a Joe Pesci come miglior attore non protagonista.
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