Baaria

Dal fascismo agli anni ’70, quarant’anni di storia di un uomo, di un paese, di una terra. Il ritorno di Peppino Tornatore ai cari luoghi della memoria e della sua arte, in un procedimento affine – anche per ambizioni – all’Amarcord felliniano, è stato innanzitutto preceduto dalle immancabili e fetide polemiche a sfondo politico. Sgombriamo subito il terreno, così non ci pensiamo più: non ci risulta per nulla immorale o ipocrita fare film “di sinistra” (mah) con i soldi del capo del Governo; pecunia non olet e questo è ancor più vero in un’Italia contemporanea in cui lo stesso Governo annuncia fiero di voler tagliare i fondi al cinema, trattandolo come inutile ciarpame da prendere a calci; ed è ovviamente filologicamente scorretto (per non dire altro) raccontare “Baarìa” come la storia di un comunista che va in Russia, si rende conto della reale situazione e cambia idea – secondo la definizione di un importante uomo politico brianzolo – come ha onestamente fatto notare lo stesso Tornatore.
Parliamo del film. “Un artista racconta quello che gli sta più vicino”, si sente sui titoli di coda, e Tornatore lo fa in fondo da una vita, nonostante l’ultima riuscita digressione settentrionale de “La sconosciuta”. Le rappresentazioni della Sicilia al cinema non possono ormai prescindere dalle sue opere, e per il suo ritorno in grande stile ad un cinema “colossale” ha ridotto al minimo il rischio d’impresa: si va sul sicuro tornando sulle orme di “Nuovo cinema paradiso” e dei seguenti – meno riusciti – film. L’affresco è senza dubbio magniloquente, esaltato dalle musiche ininterrotte di Morricone (che lavoraccio, Maestro!) e dai voli delle macchine da presa; la bravura tecnica, l’entusiasmo e il sentimento vanno a coprire i buchi di una storia troppo frammentaria e disunita, in cui la compattezza narrativa viene sacrificata per non perdere neppure uno dei mille rivoli dell’album dei ricordi, con momenti suggestivi (la mosca nella trottola, la bellissima scena dei bambini tra gli alberi di limone) o semplicemente didascalici. Si sprecano le macchiette, personaggi però indispensabili in un film di ricordi, dacchè la memoria annulla le sfumature, appiattisce e rende più avventurosa, mitica e appunto memorabile anche la realtà più spicciola. Omaggio al cinema e alla politica, e anche a quel PCI siciliano che è stato di gran lunga il più coraggioso e valoroso d’Italia. Pur sottolineando tutta la furbizia del caso, la ricerca continua dell’effetto e della lacrima, è un film che sostanzialmente non va troppo lontano dall’obiettivo: emoziona, molto. Gran collezione di volti noti – siculi e non – che si sono prestati a svariati cammei lungo le due ore e mezza di pellicola.

Voto: 6,5