vert. Bastardi

1944: nella Francia occupata dai tedeschi, il tenente americano Aldo Raine stermina nazisti insieme alla sua squadra di otto uomini, significamente definiti “Bastardi”.
Definitivamente oltrepassate con “Death Proof” le colonne d’Ercole del tarantinismo, Quentin cambia spartito ma non il tema di fondo, e urla la propria anarchia in maniera più subdola e sottile rispetto al film precedente: se lì si era programmaticamente deliranti e il tutto si risolveva dunque in un palese sberleffo alla tradizione e finanche al buonsenso cinematografico, qui gli scarti logici accadono all’interno di una trama comunque apparentemente compatta, ulteriore omaggio ai generi (guerra, western, spy-story) e ai loro capisaldi (“C’era una volta il West”, John Ford, Lubitsch e il cinema franco-tedesco anni ’30-’40), in cui Tarantino si diverte a inserire schegge d’irrazionalità non tanto nei dialoghi o nelle singole sequenze, quanto a livello generale di sceneggiatura. Insomma: QT continua in buona sostanza a fottersene di tutto, discutendo l’indiscutibile, facendo un film e contemporaneamente la sua negazione, un war-movie senza scene di guerra, un supposto action-movie in cui l’azione cede quasi sempre il passo a lunghissime e teatrali scene di dialogo sui massimi sistemi. Il “divo” Brad Pitt lascia gli spazi e le battute migliori allo sconosciuto austriaco Christoph Waltz (premiato a Cannes).
Diranno: non è più semplice scrivere che Tarantino, a differenza di altre volte, ha perso il polso della situazione e ha ammassato maldestramente personaggi, scene, momenti notevoli senza badare più di tanto a tenere tutto insieme? Perché questo difenderlo a oltranza nel suo ostracismo alla normalità e alla buona creanza? Per molti motivi: innanzitutto, la passione sconfinata per la settima arte e le sue cose, il fatto di crederci ancora ciecamente, al punto di far finire il più grande orrore del Novecento arrosto in una sala cinematografica, avvolto dalle fiamme provocate dal nitrato d’argento delle pellicole (immagine sublime! Ci se ne rende conto dopo, magari scrivendone la recensione); inoltre, la stima incondizionata per uno dei pochi cineasti viventi che persiste nel mantenere un suo “stile” (cfr. una cosa che non c’entra niente ma dà l’idea: il monologo di Ben Gazzara in “Storie di ordinaria follia” di Marco Ferreri, eccolo qua), tetragono ad ogni colpo, anche a quelli della sua Miramax spaventata da un nuovo flop dopo il “bagno” di Grindhouse. E invece è diventato il suo film che ha incassato di più, anche più di “Pulp Fiction”. Tarantino strikes back; e il voto è anche fin troppo basso, forse perché tra la visione e la scrittura sono passati appena tre giorni.

Voto: 8=

Trivia
(Prima collaborazione di Brad Pitt con Tarantino, ma l’attore appariva già in “True Romance”, Tony Scott, 1993, del quale Tarantino fu sceneggiatore)
(Solita infornata di citazioni: il personaggio di Mike Myers si chiama Ed Fenech, omaggio alla nota attrice; il personaggio di Eli Roth fa di cognome Donowitz come il produttore di “True Romance”; Hugo Stiglitz è lo stesso nome di un famoso attore messicano)
(Tarantino si è sempre rifiutato di spiegare il motivo dei due errori d’ortografia nel titolo originale “Inglourious Basterds”. “The Inglorious Bastards” è il titolo inglese di “Quel maledetto ultimo treno” di Enzo G. Castellari)
(La versione uscita nei cinema è un minuto più lunga di quella presentata a Cannes; questo smentirebbe dunque le voci di una pressione del produttore Harvey Weinstein di tagliare 40 minuti di pellicola dopo l’accoglienza non esaltante sulla Costa Azzurra)

1944: nella Francia occupata dai tedeschi, il tenente americano Aldo Raine stermina nazisti insieme alla sua squadra di otto uomini, significamente definiti “Bastardi”.
Definitivamente oltrepassate con “Death Proof” le colonne d’Ercole del tarantinismo, Quentin cambia spartito ma non il tema di fondo, e
urla la propria anarchia in maniera più subdola e sottile rispetto al film precedente: se lì si era programmaticamente deliranti e il tutto si risolveva dunque in un palese sberleffo alla tradizione e finanche al buonsenso cinematografico, qui gli scarti logici accadono all’interno di una trama comunque apparentemente compatta, ulteriore omaggio ai generi (guerra, western, spy-story) e ai loro capisaldi (“C’era una volta il West”, John Ford, Lubitsch e il cinema franco-tedesco anni ’30-’40), in cui Tarantino si diverte a inserire schegge d’irrazionalità non tanto nei dialoghi o nelle singole sequenze, quanto a livello generale di sceneggiatura. Insomma: QT continua in buona sostanza a fottersene di tutto, discutendo l’indiscutibile, facendo un film e contemporaneamente la sua negazione, un war-movie senza scene di guerra, un supposto action-movie in cui l’azione cede quasi sempre il passo a lunghissime e teatrali scene di dialogo sui massimi sistemi. Il “divo” Brad Pitt lascia gli spazi e le battute migliori allo sconosciuto austriaco Christoph Waltz (premiato a Cannes).

Diranno: non è più semplice scrivere che Tarantino, a differenza di altre volte, ha perso il polso della situazione e ha ammassato maldestramente personaggi, scene, momenti notevoli senza badare più di tanto a tenere tutto insieme? Perché questo difenderlo a oltranza nel suo ostracismo alla normalità e alla buona creanza? Per molti motivi: innanzitutto, la passione sconfinata per la settima arte e le sue cose, il fatto di crederci ancora ciecamente, al punto di far finire il più grande orrore del Novecento arrosto in una sala cinematografica, avvolto dalle fiamme provocate dal nitrato d’argento delle pellicole (immagine sublime! Ci se ne rende conto dopo, magari scrivendone la recensione); inoltre, la stima incondizionata per uno dei pochi cineasti viventi che persiste nel mantenere un suo “stile” (cfr. una cosa che non c’entra niente ma dà l’idea: il monologo di Ben Gazzara in “Storie di ordinaria follia” di Marco Ferreri, eccolo qua), tetragono ad ogni colpo, anche a quelli della sua Miramax spaventata da un nuovo flop dopo il “bagno” di Grindhouse. E invece è diventato il suo film che ha incassato di più, anche più di “Pulp Fiction”. Tarantino strikes back; e il voto è anche fin troppo basso, forse perché tra la visione e la scrittura sono passati appena tre giorni.