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Alla vigilia della prima guerra mondiale, in un villaggio della Germania del Nord si succedono misteriosi incidenti: un dottore si ferisce al braccio dopo una caduta da cavallo provocata da una fune, il figlio del barone viene seviziato di notte, il figlio ritardato della levatrice viene trovato in fin di vita in un bosco.
Palma d’Oro 2009, benchè non sia il miglior film di Michael Haneke. Uno degli snodi più complessi e delicati del ventesimo secolo (la Grande Guerra e il successivo caos post-bellico che in Germania portò alla rovinosa ascesa del nazismo) viene affrontato nella chiave del più hanekiano e incurabile pessimismo: l’uomo nasce malvagio e perpetra il male sin dall’infanzia; esso è del resto il periodo della vita in cui esso è paradossalmente più giustificabile, in quanto irrazionale. Se i riferimenti storici non convincono del tutto (i bambini degli anni ’10 saranno vent’anni dopo gli aguzzini, o anche solamente i complici omertosamente silenti? Haneke ci permetta di dubitare di questa semplificazione che non è da lui), vanno come sempre a segno la ricostruzione d’epoca e la messa in scena di un’atmosfera opprimente, formale e formalmente raffigurata con il consueto algore figurativo, qui esaltato dal bianco-nero che lo ammanta di quell’autorevolezza professorale il cui odio/amore è il vero spartiacque tra gli estimatori del regista e i suoi più accesi detrattori. La società è sempre stata corrotta, e fin dalle radici; la banalità del male, e l’assenza di valide giustificazioni, è alla base di ogni cambiamento sociale e culturale della storia dell’uomo. E’ una visione del mondo ambiziosa e disperata, a cui Haneke si accosta con l’occhio clinico e disilluso del vecchio anacoreta che si pasce del proprio isolamento; sarà anche snob il suo ergersi sempre e comunque su un piedistallo, ma gli va riconosciuta ancora una volta la lucidità spietata con cui seziona – al giorno d’oggi come nel 1914 – le società indipendentemente dal ceto sociale. E nel finale, come sempre aperto, c’è persino spazio per un urlo pasoliniano: che tortura, sapere ma non avere le prove. La didascalia quasi illeggibile che campeggia sotto il titolo, sia nella locandina che nei titoli di testa, recita “Eine deutsche Kindergeschichte”, un racconto di bambini tedeschi.

Voto: 7

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.
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