1933: il Bureau of Investigation elegge il rapinatore John Dillinger a “pericolo pubblico numero 1” e sotto la guida di J. Edgar Hoover intensifica gli sforzi per dargli la caccia.
Le ultime svolte stilistiche di Michael Mann – al decimo lungometraggio e dunque ormai a un buon punto di un percorso artistico sempre contrassegnato da una coerenza ammirevole – impongono un doppio binario di discussione: la forma e la sostanza sono inscindibili e hanno ormai la stessa importanza nella concezione manniana dell’arte e della condizione umana. Il passaggio al digitale, annunciato in “Collateral” e avvenuto ufficialmente in “Miami Vice”, si arricchisce di una nuova tappa: oltre all’ovvio e piacevole effetto straniante generato dal guardare una storia ambientata negli anni ’30 e girata in digitale, “Nemico pubblico” riesce nell’impresa di vivificare il passato, sporcandolo, innervosendolo, rendendolo mosso e fuori fuoco; il film è quanto di più lontano da una rappresentazione oleografica dell’America della Grande Depressione, benché non manchino i classici riferimenti del periodo (le auto d’epoca, i cappelli, il penitenziario). A differenza di molti suoi colleghi, anche illustri, Mann non si accontenta di “svoltare” col digitale semplicemente usandolo, ma lo rielabora e lo nobilita – cosa non facile – grazie alla fotografia di Dante Spinotti, che rende memorabile l’estenuante inseguimento notturno nel bosco. Il tutto è al servizio di una narrazione nuovamente classica, imperniata sulla tradizionale caccia della guardia al ladro, in cui non mancano le tipiche asperità manniane in materia di sceneggiatura (l’assoluta mancanza di presentazione dei personaggi e il rifiuto di dare facili riferimenti rendono ardua la totale comprensione degli eventi, visto anche il gran numero di characters impegnati sulla scena). E’ ancora una volta un cinema d’azione sottotono, in cui l’uomo conta più del fucile, in cui l’occhio e il primo piano vengono preferiti al montaggio frenetico e fracassone. Depp, inizialmente un po’ ingabbiato nella parte, prende il sopravvento nella seconda parte quando è lasciato solo; bellissima la sua impunita passeggiata nella sezione Dillinger, unica (e riuscitissima) concessione di Mann al mito anni ’30 che viene poi sempre trattato con freddezza clinica. Marion Cotillard al limite della tappezzeria; Christian Bale funzionale.

Voto: 7,5

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.
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