Il caso fa incontrare tre personaggi: Corey, appena uscito di galera; Vogel, detenuto scappato da un treno durante un trasferimento da Marsiglia a Parigi; Jansen, ex poliziotto alcolizzato ma grande esperto di balistica e armi da fuoco. Insieme progettano un colpo milionario a una gioielleria di place Vendome.
Penultimo film di Jean-Pierre Melville, summa difficilmente superabile del noir; a detta del regista conterrebbe tutte e 19 le situazioni possibili per un polar (termine con cui in Francia si identifica un genere a metà tra il noir e il poliziesco). Melville sacrifica sull’altare del più rigoroso determinismo ogni digressione narrativa, ogni svolazzo stilistico, ogni variazione sul tema che distragga l’attenzione e devi la traiettoria – sia formale che strutturale – del film. Dominato da una superba asciuttezza che più volte lambisce il minimalismo, è un tentativo dalla buonissima riuscita di film-saggio sulla storia e sui temi cardinali del genere: il caso, le colpe cui non si può sfuggire, l’amicizia virile, il ruolo ornamentale delle donne, l’obbligatorio redde rationem finale. Gli attori – Alain Delon e Gianmaria Volonté essenziali fino alla secchezza – e i personaggi (di cui nulla si sa e nulla è detto) sono niente di più che oliatissimi ingranaggi di un meccanismo infallibile; qualche libertà di scrittura solo per il personaggio di Yves Montand. Memorabilia: l’ingresso in scena di Jansen, scena onirica che va a segno per il suo clamoroso stridore con le atmosfere iperrealiste del resto dell’opera; l’antologica sequenza del colpo in gioielleria, da manuale di montaggio.

Voto: 7,5

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.
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