In seguito ad un incidente d’auto, Michele Apicella – deputato PCI e giocatore di pallanuoto – ha dimenticato il suo recente passato. Perché tutti si congratulano con lui per il “grande gesto” compiuto qualche giorno prima durante una tribuna elettorale?
Sesto film di Nanni Moretti, il più complesso; chiude un ciclo nella filmografia del regista romano, un’altra – più intimista e un po’ meno narcisistica – se ne aprirà con “Caro diario”. Ammirevole seduta psicanalitica in cui l’analisi di sé va a braccetto con quella, ben più complicata e dolorosa, dell’agonia della falce e martello a pochi mesi dalla caduta del muro. Per quanto riguarda la parte più compiuta – la speculazione giocoforza confusa sulle responsabilità della fine del PCI e sul suo futuro incerto – bisogna rendere merito a Moretti di un’efficacia nel catturare il presente pressoché sconosciuta a moltissimi cineasti suoi coetanei; l’ossimoro “Siamo uguali, ma siamo diversi”, ripetuto ossessivamente al volante da Michele, sintetizza perfettamente il cul-de-sac da cui la sinistra italiana – lo si vede in questo film – cercò disperatamente e invano di uscire, non comprendendo che il “cambiamento dei tempi” necessitava anche e soprattutto un linguaggio nuovo e un pensiero più mobile ed elastico. Moretti appaga il proprio titanico ego con un’impalcatura narrativa di grandi ambizioni, in cui si autocita (“E non hai pietà tu di me”, dice Michele al pallanotista avversario come faceva in “Sogni d’oro”) e scomoda anche Fellini, nel finale e nel caravanserraglio alla “8 ½” di volti e ricordi che si alternano alla partita. Costruito come un match di pallanuoto, e dunque frammentario e costantemente interrotto, è un film quasi grande i cui difetti sono di generosità: i migliori difetti possibili. Scene-cult: il dialogo con la giornalista Mariella Valentini (“Le parole sono importanti!”) e Apicella che canta “E ti vengo a cercare” di Battiato in diretta tv. Cammei di Daniele Luchetti (non accreditato, alla destra di Moretti durante le tribune politiche) e di Mauro Maugeri, allenatore dell’Acireale e futuro commissario tecnico (nella realtà) della Nazionale femminile di pallanuoto.

Voto: 7,5

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.
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