Wilson Parker, professore universitario, trova per strada un cucciolo di cane abbandonato di razza Akita; lo porta a casa, lo alleva e, come in tutte le favole, i due diventano grandi amici.
Liberamente ispirato alla storia vera del cane Hachiko, che nel Giappone degli anni ’20 divenne famoso per aspettare regolarmente e puntualmente alla stazione di Tokyo il treno che riportava a casa il suo padrone (un professore universitario), nonostante questi fosse morto da anni, e che per la sua impagabile fedeltà si meritò addirittura una statua di bronzo; da qui anche il film “Hachiko Monogatari”, risalente al 1987. Il miglior amico dell’uomo è anche un portafortuna per lo svedese Lasse Hallstrom, che con “La mia vita a quattro zampe” ottenne nel 1988 la prima consacrazione internazionale (con la vittoria del Golden Globe come miglior film straniero) e il passepartout per sbarcare a Hollywood. Lì l’immagine canina era una metafora di un’esistenza problematica e disagiata, declinata comunque in toni da commedia; qui il quadrupede c’è realmente, ed è lo strumento con cui Hallstrom prova a rilanciare una carriera in fase calante, indebolita da alcuni film infelici (“The Shipping News”, “Casanova”). Lo svedese torna alle cifre stilistiche e narrative che più gli sono congeniali (una specie di magico realismo in cui l’elemento fiabesco si inserisce con discrezione in un contesto sociale del tutto credibile e verosimile) per realizzare un film senza pretese che funziona proprio in virtù delle sue ambizioni dichiaratamente low-profile. Semplicissimo, collocato in una dimensione spazio-temporale imprecisata (solo alla fine si verrà a sapere che siamo negli anni ’80), quasi basico nella descrizione dei rapporti umani, non si arrischia mai nel prefigurare situazioni di conflitto che possano disturbare il canovaccio: un uomo e il suo cane. Il suo principale difetto è forse quella carineria senza fondo di cui è intriso, alla ricerca dello sguardo compiaciuto e compiacente dello spettatore, quasi costretto a diventare partecipe della sofferenza di Hachi, dei suoi occhioni languidi, del suo starsene immobile come una sentinella sotto la neve. Il materiale narrativo a disposizione sarebbe più adatto a un mediometraggio, e Hallstrom allunga così il brodo inserendo qualche altra inutile sequenza per dimostrare (ma non ce n’è bisogno, davvero) la sconfinata dedizione del cane al proprio padrone: una storia, un tema talmente fuori dal tempo e dal mondo da strappare uno sguardo di curiosità e di bonario interesse. Richard Gere (anche co-produttore) è in fondo ammirevole nello sconfessare uno degli assiomi-base del cinema hollywoodiano contemporaneo (“mai film con cani e bambini!”); lo è ancora di più se consideriamo l’ordinarietà del suo personaggio, un uomo assolutamente qualunque al centro di un’esistenza assolutamente comune. Belle musiche del premio Oscar Jan Kaczmarek. Film da matinée che farà versare qualche lacrima ai più devoti cinofili (con la o). I tre cani Akita che si alternano sullo schermo per interpretare Hachi hanno qualità recitative superiori a quelle di molti attori italiani.

Voto: 6

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.