A Lawrence Gopnik, professore di matematica e fisica dall’esistenza più che ordinaria, tutto inizia ad andare improvvisamente a rotoli: sua moglie sta con un altro uomo e vuole il divorzio, il tanto atteso avanzamento di cattedra è in pericolo e il suo vicino quando taglia l’erba invade sempre i confini del suo prato. Dove ha sbagliato?
“Quando scopri che la verità è bugia, e tutta la tua gioia scompare, non desiderare qualcuno da amare, non aver bisogno di qualcuno da amare” (Jefferson Airplane). Quattordicesimo lungometraggio a cura dei fratelli Joel e Ethan Coen; il loro film più colto, meno intellegibile, più personale. A più riprese si ha l’impressione che “A serious man” sia un film enorme, ma come fare per abbracciarlo tutto? Mai come ora i due fratelli di Minneapolis hanno lavorato a più livelli: il più interno, quello che avvolge più da vicino il nocciolo della questione, è destinato a pochi eletti e la sua chiave è probabilmente custodita nel prologo iniziale in yiddish, che – parola degli stessi Coen – non è una leggenda proveniente dalla loro tradizione culturale ma un corto originale ispirato agli stessi miti ebraici, in particolare quello del dybbuk, l’anima di un defunto che ritorna nel regno dei vivi per portare qualcuno con sé. I molti che si fermeranno al primo casello, quello più superficiale, potranno comunque trarre godimento da un black humour particolarmente sulfureo, da una sagace ricostruzione dei late Sixties che nel Midwest della loro infanzia non erano ancora sinonimo di contestazione, dalla consueta galleria di personaggi e situazioni irresistibilmente grottesche che – a nostra memoria – è seconda solo al caravanserraglio de “Il grande Lebowski”. Chi riuscirà ad addentrarsi sino a metà strada si accorgerà ben presto che “A serious man” è l’ideale capitolo finale di una trilogia del non-senso della vita inaugurata col superbo “Non è un paese per vecchi” e proseguita in chiave comica con “Burn After Reading”; il terzo episodio, quello risolutivo e definitivo, passa necessariamente per la dimensione autobiografica, la più indicata per esprimere finalmente tutte le convinzioni coeniane sulla cosmogonia; mai come ora è evidente che l’assurdo, di cui i due fratelli ammantavano frammenti e personaggi delle loro prime opere, è dilagato fino a cospargere gli interi film, immersi in un’atmosfera perfettamente riconoscibile che eleva le loro opere al rango della miglior letteratura contemporanea. Larry Gopnik ha finalmente ottenuto la sospirata promozione, e fa niente se l’avvocato che ha consultato invano ora batte cassa chiedendogli tremila dollari; ma ecco che arriva un’allarmante telefonata dal medico; e sta arrivando un uragano… “this is life”, farebbe osservare il Rabbino Giovane. Ecco, riassumendo: la vita secondo i Coen. Nonostante l’abbondanza di vocaboli e riferimenti alla cultura ebraica, non c’è bisogno di indossare la kippah per ammirarne la messa in scena sfarzosa e il finissimo acume che traspare in ogni sequenza; “A Serious Man” è innanzitutto un film ammirevole perchè stimola curiosità intellettuale. E ormai i Coen non sbagliano più un finale.

Voto: 7,5

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.