Uscito di galera con l’“aiuto” della moglie, assai convincente con un uomo d’affari che riesce a farlo rilasciare, il rapinatore Doc McCoy prende parte ad un grosso colpo in banca per sdebitarsi; ma qualcosa va storto e i coniugi McCoy sono costretti a scappare col malloppo, nel tentativo di raggiungere la frontiera del Messico prima di essere catturati dalla polizia o dagli altri complici.
Ottavo film di Sam Peckinpah, uno dei suoi più famosi e di successo; action-thriller grandi firme in cui, tra i collaboratori, spiccano i nomi di Walter Hill alla sceneggiatura, Walter Murch al montaggio (eccellente) e Quincy Jones alla colonna sonora (gran classe). Il signore e la signora McCoy sono due tra i personaggi più compiuti mai comparsi in Peckinpah, che qui si diverte a scompaginare le tradizionali dinamiche di coppia in fuga per mostrarli veri, litigiosi, “problematici”; al road-movie non partecipano due caratteri monodimensionali ma invece in costante crescita, che hanno sia uno scopo pratico (raggiungere il confine del Messico) che uno implicito (ritrovarsi come coppia, superare le reciproche diffidenze passate e presenti, insomma raggiungere la felicità). Regia riposata ma capace di momenti di alto stile, come la scena della rapina. La volontà di gabbare l’ordine costituito (i rapinatori “cattivi” e soprattutto la polizia) ha la meglio, in fase di plot, sul finale un po’ risaputo à la “Bonnie & Clyde”. Steve McQueen parla poco e parla pesante; Ali McGraw, splendida, ha momenti in cui toglie il fiato. Un fiacchissimo remake nel 1993 con Alec Baldwin, Kim Basinger e James Woods. Mai rubare alla stazione e poi prendere il treno.

Voto: 7

Trivia
(Per questo film, Ali McGraw imparò a sparare e a guidare l’auto)
(Mentre Ali McGraw girava questo film, suo marito Robert Evans era impegnato nella produzione del “Padrino”. Lei lo abbandonò per sposare Steve McQueen)

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.
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