Londra, fine ‘800: il detective Sherlock Holmes, dalla logica e dall’intuito assolutamente non comuni, e il suo fido assistente, il medico John Watson, indagano su una serie di omicidi a sfondo satanico il cui autore sarebbe un lord apparentemente morto per impiccagione dopo essere stato catturato dagli stessi Holmes&Watson.
“Altri due film così e si renderà insopportabile”: così c’eravamo lasciati con Guy Ritchie alla fine del malriuscito “Rocknrolla”, poco meno di un anno fa. Non avevamo considerato la scappatoia: per continuare a battere il genere che più gli è congeniale/l’unico in cui è capace (il lettore sottolinei con un evidenziatore l’ipotesi che più gli aggrada), Ritchie s’impossessa dell’anima del commercio e inaugura (supponiamo) con “Sherlock Holmes” una brillante carriera da regista festivo, il ramo ideale per conciliare le proprie non elevatissime velleità artistiche con le prosaiche necessità dei produttori (nel caso, i fratelli Warner). Risultati eccellenti: solo in Italia, nel week-end di Capodanno Sherlock ha addirittura scalfito il moloch del cinepanettone Filmauro, relegandolo al secondo posto nel box office. Come tutti i film natalizi, a parte luminose eccezioni (di primo acchito viene in mente “The Prestige”: ma Ritchie non è Nolan), si sottostà ad un canovaccio prestabilito che qui è la classica impalcatura da film di supereroi: i super-poteri di Sherlock non sono di natura fisica né tecnologica né paranormale, ma – ecco la chiave di volta – le sue spaventose doti deduttive su cui Ritchie calca la mano con intenti volutamente ironici, enfatizzati dal fatto che nel ruolo del protagonista ci sia quel bel tomo di Robert Downey jr. Nel classico universo londinese e caciarone di Ritchie, qui traslato nel diciannovesimo secolo, mancano ahinoi i memorabili personaggi secondari che avevano fatto la fortuna di “Lock & Stock” e “Snatch”; le donne sono inutili e anche Jude Law – mai perfettamente a suo agio in una parte comica – è sacrificato; il cattivo Mark Strong oscilla curiosamente tra Andy Garcia e Piero Marrazzo. A tratti soporifero nella prima parte, si risveglia nel finale quando i nodi vengono al pettine in modo comunque assai convenzionale, fino a concludersi con il più classico dei finali anticipatori dell’obbligatorio sequel di Natale 2010. Mr. Ritchie è entrato in affari.

Voto: 5,5

Trivia
(La bellissima canzone che si ascolta nella scena della lotta e sui titoli di coda è “Rocky Road to Dublin”, dei Dubliners)

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.