Federica organizza una rimpatriata con gli ex compagni di classe del liceo in una villa fuori Roma, a quindici anni dal diploma.
La miglior commedia di Carlo Verdone (ma non il miglior film: i funambolismi di “Un sacco bello” sono rimasti ineguagliati ancora oggi), la prima in cui il regista e attore romano si smarcò, ormai vent’anni fa, dai clichés felicemente sviluppati in “Borotalco” et similia per tentare, con successo, la via delle commedie malinconiche e corali sulla mezza età; un sentiero che continua a battere tuttora, con alterne fortune ma tutto sommato con uno stile e un punto di vista diventati autorevoli al punto di essere ormai marchi di fabbrica. “Compagni di scuola” è, ça va sans dire, la risposta italiana al “Grande Freddo” cui molto deve nell’atmosfera, nelle dinamiche di gruppo e anche in alcuni caratteri (il sottosegretario cocainomane di Massimo Ghini, la coppia “scoppiata” e quella “mancata”). La nostalgia kasdaniana un po’ patinata viene però sostituita da un controcanto profondamente amaro che sfocia in un paio di scene non indegne della grande tradizione della commedia all’italiana anni ’60: De Sica che fa la questua col piattino in bocca, istigato dal finto paralitico Benvenuti, e Verdone che sparla dei suoi compagni al telefono con l’amante sua studentessa. Scritto benissimo, con i dialoghi che riescono a inquadrare immediatamente ogni personaggio, specie nelle battute fulminanti messe in bocca a ciascuno di loro; recitato mediamente: tra i migliori, Verdone a parte, Athina Cenci (David di Donatello come miglior attrice non protagonista), Christian De Sica e il mellifluo Ghini, tra i peggiori spiccano Eleonora Giorgi e Nancy Brilli. Bella colonna sonora d’epoca con “Dream a little dream of me” dei Mamas & Papas che fa sottofondo all’ottimo finale.

Voto: 7

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.
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