In un villaggio situato in uno spazio imprecisato in un tempo imprecisato, una comunità deve fronteggiare oscure presenze nascoste nel bosco là vicino, che invadono le strade del borgo seminando il panico tra gli abitanti. Chi sono?
Sesto film di M. Night Shyamalan che – tanto per cominciare – dimostra ormai di essere in possesso di un proprio riconoscibile stile; e di questi tempi non è un dettaglio trascurabile. Thriller apparentemente paranormale – la specialità della casa: il principale asso nella manica di Shyamalan è proprio la sua abilità nel mascherare il colpo di scena, una qualità che non risiede soltanto nella sceneggiatura (invero stiracchiata, come diremo) ma nella creazione di un’atmosfera che, eterea e rarefatta, contribuisce ad alimentare la polvere e il mistero. Oltre a questo, tuttavia, non molto altro: il giochino di Shyamalan è noto e i suoi film si lasciano guardare una sola volta, in paziente attesa del coup de theatre; le motivazioni socio-filosofiche alla radice sono labili, e in questo caso sollevano anche più di un dubbio (che non diremo per non svelare l’intreccio); i personaggi hanno la fissità e lo spessore di un mucchio di figurine, anche se fa macchia la giovane e promettente Bryce Dallas Howard (subito assoldata da Von Trier, vista in Spiderman 3 e nel prossimo episodio di Twilight). Come un buon giovane regista che non ha ancora iniziato a crescere, Shyamalan si preoccupa per ora, da studente un po’ secchione, soltanto di ciò che riguarda il suo orticello: scrive in funzione del finale (notevole anche questo) e dirige di conseguenza, poco interessato alle questioni morali che sottendono ai film stessi; una sverniciata di spiritualità e vago misticismo è più che sufficiente per accontentare i criticoni (come in Signs: tanto bello prima, quanto pasticciato poi). “The Village” raggiunge la sufficienza perché è un film piano, corretto, senza errori di grammatica, che mantiene un certo interesse dall’inizio alla fine, ma non è una pellicola per cui strapparsi i capelli.

Voto: 6,5

Trivia
(Stando ad una sua dichiarazione, Sigourney Weaver ebbe gli incubi per due settimane dopo aver letto la sceneggiatura)
(Ashton Kutcher era stato scritturato per la parte di Noah, ma dovette rifiutare per precedenti impegni; Kirsten Dunst fu sostituita da Bryce Dallas Howard)

Il dottor Parnassus gira Londra insieme alla sua scalcagnata compagnia per mostrare agli scettici passanti il suo specchio magico, attraverso il quale è possibile entrare in mondi misteriosi e fantastici dove l’immaginazione di ognuno diventa realtà. Lo specchio è un dono del Diavolo, che in cambio però ha preteso l’anima della figlia di Parnassus al compimento del sedicesimo anno di età.
L’ultimo film di Heath Ledger, la cui tragica morte sopraggiunse nel bel mezzo delle riprese, è prima di tutto un omaggio all’attore australiano: esplicito, come da didascalia finale e da sinceri e teneri cammei dei tre divi Depp, Law e Farrell che hanno accettato ruoli minori per omaggiarlo, e sottinteso nei tanti frammenti che sembrano realizzati apposta per eternare la figura di Ledger, dall’ingresso in scena appeso a una corda sotto il ponte dei Frati Neri (citazione del caso Calvi, che come ha sottolineato lo stesso Gilliam “solo gli italiani coglieranno”) fino al monologo di Depp con la partecipazione di Rudy Valentino, James Dean e lady Diana. Orazioni funebri a parte, è un film che non sfigura nel Pantheon dell’opera omnia gilliamiana: viene appagato il consueto gusto per l’eccesso e per lo svolazzo stilistico a serio rischio di svarionamenti, ma intorno il regista ex Monty Python ci costruisce una storia suggestiva che ha il carburante per reggere due ore ad alta quota; l’esaltazione del potere dell’immaginazione, tema nodale in Gilliam già da “Brazil” in poi, trova qui il suo degno collocamento in una storia fatalmente faustiana, ma dalle atmosfere felliniane (anche se il tocco del regista è perfettamente riconoscibile nelle sue scenografie magniloquenti, le sue inquadrature nervose, i suoi deliri visivi senza rete); i nemici non sono la burocrazia o gli adulti, ma semplicemente la Realtà, che rende Tony un lestofante e l’esimio Parnassus un modesto clochard. Un film che è un urlo: evadere, bisogna.
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